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10.12.2012
Antti Tuomainen - Il Guaritore
La caratteristica che distingue il genere "gialli" da tutti gli altri tipi di romanzo è sicuramente la sua selettività, sia riguardo i libri sia riguardo il pubblico: un giallo o è un capolavoro o è spazzatura, e non tutti possono dirsi davvero adatti a leggerli. La motivazione principale di selettività del pubblico è molto semplice da individuare: non a tutti piace infilarsi in trame che devono essere contorte e complesse per definizione, fatte di labirinti di situazioni e personaggi ognuno dei quali va analizzato nella singola personalità; soprattutto, il giallo pone al lettore un obiettivo: scoprire il colpevole. Questo significa dover indagare praticamente in concorrenza con il protagonista, non lasciarsi semplicemente trasportare dal flusso degli eventi, con la conseguenza di dover rimanere concentrati su ogni singola riga alla ricerca di dettagli rilevanti al fine di raggiungere la soluzione, muovendosi elegantemente tra i colpi di scena e le trappole che l'autore disseminerà sul percorso. Occorre quindi un pizzico di "talento naturale" per poter affrontare il duro mondo degli investigatori di carta. Certo, si può tranquillamente leggere un romanzo giallo vivendolo come osservatore esterno, aspettando che ci venga svelato l'arcano, ma sfido chiunque a leggere "Assassinio sull'Orient Express" senza cercare di anticipare le mosse del leggendario Poirot! Da ciò si deduce perché, come accennavo prima, il giallo non può essere un libro qualsiasi: deve piuttosto vivere di vita propria, dando la sensazione che quello che leggiamo non sia qualcosa di stampato in migliaia di identiche copie, ma si costruisca lì, sul momento, in modo diverso per ognuno di noi come diverso è lo stile con cui indagheremmo sulla vicenda. Se chiedessi ad un giallista appassionato di leggere "Il Guaritore" di Antti Tuomainen e dirmi cosa ne pensa concluderebbe, con ogni probabilità, che quello che ha letto può al massimo essere etichettato come "thriller", poiché pecca totalmente di interattività. In linea di massima, sarei d'accordo con lui, è molto difficile immedesimarsi con il protagonista, né tanto meno si è portati ad indagare al suo fianco. Eppure, a pensarci bene, non siamo tutti appassionati giallisti, la maggior parte di noi ama leggere libri per il puro gusto di farlo, per provare emozioni diverse o per immergersi in storie che a volte scopriamo aver vissuto o pensiamo potrebbero accaderci davvero. Trovo, quindi, che Tuomainen col suo romanzo abbia un grande merito: quello di aver scritto un romanzo alla portata di tutti. Sì, perché il romanzo in questione è un meltin pot di generi, in particolare giallo, d'amore, thriller, fantascientifico. Ovviamente, occorre sottolineare che la bravura dello scrittore sta proprio nell'essere riuscito ad amalgamare il tutto alla perfezione, tanto che alla fine il lettore tenderà ad approcciare il romanzo a seconda del genere che più gli è congeniale; il problema della scarsa interattività sollevato dall'amico giallista risulta di molto ridimensionato e la vicinanza al personaggio ci sarà, seppur di vari tipi. Il nostro eroe si chiama Tapani, un eroe moderno, con i dubbi, le debolezze e le incertezze alle quali tutti gli uomini d'oggi sono sottoposti a causa di una modernità dove il tutto è il niente. Non a caso, però, nell'ipocrisia e nell'opportunismo che da ciò conseguono, Tapani è un eroe vero, perché di professione fa il poeta, l'arte dimenticata di sentirsi piccoli di fronte alle bellezze impossibili del Mondo e dell'essere umano, e cercare di creare con essi una profonda connessione. E' proprio a causa del folle tentativo di certi uomini di sentirsi grandi quanto la Natura che il Mondo vissuto da Tapani non è solo quello del consumismo, dell'arroganza e dell'odio; è un Mondo flagellato dalle conseguenze distruttive dei cambiamenti climatici, che hanno portato l'amata Helsinki e l'intera Finlandia al buio delle nuvole nere di un temporale infinito, dove il valore delle cose è annullato, e quello della vita umana è un flebile ricordo. Gli uomini sono costretti a vivere come cani randagi, sotto la costante minaccia di essere uccisi arbitrariamente da orde di "vigilanti", ovvero la peggior specie di criminali che lucrano sull'instabilità del sistema, come quelli appartenenti alla famigerata agenzia A-Secure. Nonostante tutto, c'è chi non ha perso la voglia di vivere, l'entusiasmo di continuare una vita all'insegna delle passioni che avevano caratterizzato il passato: qualcuno come la moglie di Tapani, Johanna - giornalista brillante ed intraprendente, donna colta e matura pronta alle sfide che la vita ha in serbo - che persevera nel portare avanti in quel caos l'indagine più importante della sua carriera, la ricerca del "Guaritore", un misterioso serial killer che si propone di eliminare dal mondo tutti quegli uomini che l'hanno ridotto nello stato in cui si trova, imprenditori senza scrupoli che hanno sacrificato l'ambiente in nome del guadagno e della ricchezza di pochi a scapito della vita di molti, uccidendo brutalmente anche le loro famiglie. Un giorno accade ciò che Tapani si era sempre rifiutato di pensare: Johanna non chiama alla solita ora, e quando il ritardo assume una dimensione insostenibile, la terribile verità si abbatte su di lui come un tifone. Johanna è scomparsa, rapita forse, o peggio. L'unica cosa che aveva valore in quella vita ormai dannata gli era scivolata dalle mani senza che lui potesse fare nulla per impedirlo. Tuttavia, Tapani si trova a sperimentare per la prima volta nella sua vita un istinto innato dell'uomo, quello della sopravvivenza, che per lui corrisponde ad avere accanto Johanna. Un uomo senza nulla da perdere decide di andare incontro al proprio destino sulla strada tortuosa iniziata dalla moglie, una strada che ha un'unica destinazione: "Il Guaritore", colui che probabilmente ha già preso la vita del suo amore, e che potrebbe prendere anche la sua. Tapani ne è consapevole, ma preferirebbe farsi prendere l'anima piuttosto che perdere il cuore. Con l'aiuto di un commissario ancora legato agli antichi valori e di Hamid, un giovane immigrato che fa il tassista ma che in un'altra vita aveva vissuto di guerra e povertà, Tapani inizia la sua ricerca dai documenti della moglie, che lo indirizzano verso un'avventura fatta di tensione, paura, adrenalina, e nella quale l'unico vero indizio è un nome: Pasi Tarkiainen, un tempo giovane idealista e ambientalista convinto. Un piccolo indizio che trascinerà Tapani in un vortice temporale dal quale emergerà un passato insospettabile e che incrocerà molti destini e molte vite, tutte sul filo di un rasoio, in una realtà dove nulla è quello che sembra, tranne il colpevole di tutto, ovvero l'umanità stessa che - per afferrare più velocemente il benessere - ha scelto di non rispettare la natura che ci ospita, sperando inutilmente che questa avrebbe subìto senza ribellarsi. Le pagine de "Il Guaritore" voleranno sotto le vostre dita, e vi troverete persi in un ambiente surreale nel quale è impossibile non calarsi, dove i vostri polmoni rimarranno in apnea più a lungo di quanto pensiate possano reggere. Un libro da leggere in qualunque luogo e qualunque momento, che non sente il peso di voler essere necessariamente un grande libro, ma che trova in questo il suo maggiore punto di forza, sorprendendovi sempre di più e lanciandovi un messaggio che rimarrà impresso per sempre dentro di voi: distruggere senza ritegno ciò che ci circonda significa distruggere tutto ciò per cui invece avremmo combattuto, incapaci di capire l'ovvia connessione delle due cose.
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6.11.2012
Anjali Banerjee - La libreria dei nuovi inizi
...Sono a Shelter Island, un isolotto a largo di Seattle. Il vento mi avvolge con l'odore salmastro del mare e quello di pioggia incombente. In effetti il tempo non è dei migliori. 'Cavolo mi avevano detto che in questa città piove sempre, ma non pensavo così spesso. Meglio che cerchi un riparo'. Le stradine sono deserte, le poche persone che abitano questo posto sono sicuramente più preparate di me a questo schifo di meteo. "Possibile che se devo fare un lavoro a Seattle, il mio capo mi piazza in uno stupido isolotto pieno di nulla? Per un mese, per giunta!" impreco tra me e me. Alloggio al Fairport Motel, l'unica struttura di ricezione turistica dell'isola, ma se voglio evitare di arrivarci nelle sembianze di un mostro anfibio meglio che entri nel primo locale che incontro. Non faccio in tempo ad incamminarmi che il mio sguardo si posa su un insegna posta all'ingresso di un vecchio palazzo vittoriano: "Libreria dei nuovi inizi". 'Beh, sicuramente un buon inizio è infilarsi la dentro' penso 'sempre che questo vento non mi riporti direttamente a casa mia!'. Fendendo le folate a testa bassa, coprendomi con il colletto del cappotto, arrivo di fronte alla porta, e non posso evitare di notare il terribile disordine della vetrina che, a dirla tutta, sembra letteralmente esplosa: 'Faranno un sacco di soldi in questo posto' ironizzo. Quando entro il posto sembra completamente disabitato, se non fosse per un uomo che russa come un cinghiale su un'antica poltrona logora. 'Ma dove sono? Nel centro internazionale di raccolta della polvere?' penso mentre comincio a girare accanto ad alcuni scaffali, dove non c'è neanche l'ombra di un libro che possa definirsi almeno recente. Le copertine sono logore ed ingiallite, e sembrano potersi polverizzare al solo tocco; non sono mai stato un gran lettore, ma quei pochi libri che ho, li ho sempre scelti con cura e trattati con i guanti. "Posso aiutarla?" chiede una voce gentile e gioviale dal chiaro timbro femminile ed uno strano accento alle mie spalle. Mi giro sobbalzando, che quasi mi sembra di toccare l'alto soffitto con la testa, e mi trovo davanti una signora indiana che non saprei dire con certezza essere anziana, soprattutto per il suo sorriso ancora giovane. Certo, fosse per le rughe le darei almeno il doppio dell'età di mia nonna, ma c'è qualcosa di particolare in lei, qualcosa che va oltre la lunghezza della vita. "Buongiorno signora" rispondo nel modo più cordiale possibile, celando la mia curiosità inquisitrice su di lei e questo strano posto, "in realtà cercavo solo un riparo dalla pioggia, e la sua libreria è l'unico che ho trovato". "Acha. Abbiamo libri anche sulle piogge nel Mondo e su come cercare il giusto riparo in caso di emergenza" sorride senza fare una piega. "Grazie, davvero signora, ma non ho bisogno di libri" glisso velocemente. "Tutti abbiamo bisogno dei libri" dice lei senza perdere la sua giovialità, come se il suo obiettivo non fosse quello di provare l'emozione - almeno per una volta - di vendere un libro a qualcuno, come se davvero facesse quel lavoro per passione. "E' che in questo periodo ho molto lavoro da sbrigare. Se leggessi, a quest'ora mi avrebbero già licenziato". "O forse lei si sarebbe già licenziato se leggesse" sentenzia, e poi scoppia in una sonora risata. 'Certo che gli Inglesi ne hanno fatti di danni a questi poveracci, senti che ironia' penso accennando un sorriso che ha tutto l'aspetto di voler concludere la conversazione. "Si lasci almeno offrire un tè!" esclama. Cerco di guardare intensamente fuori dalla finestra, come se avessi il potere di comandare alla pioggia di smettere di scendere, ma visto che devo decisamente rivedere le mie qualità di alchimista supremo e che le sto abusivamente occupando il negozio, decido di accettare. "Con piacere, signora", "Mi chiami Ruma", e si avvia verso uno stanzino in fondo al negozio, tornando poco dopo con un elegante vassoio ospitante due tazze e una teiera fumante. Mentre mi versa il tè, ho la strana sensazione di non averlo mai bevuto in vita mia, come se fosse qualcosa di completamente nuovo. 'Mi starò forse facendo suggestionare da questo posto?' mi chiedo guardandomi intorno, e mentre comincio a sorseggiare l'infuso mi rivolgo a Ruma dicendo "Posso farle una domanda?". "Ma certo, mio caro, adoro dare risposte a chi non ne ha, è come quando qualcuno mi chiede un libro e riesco a tirare fuori dagli scaffale proprio ciò che cercava". "Si, beh, mi chiedevo, come fa lei ad essere così felice e sorridente in un posto del genere? La invidio, in qualche modo, anche se non so perché. Forse è la solita invidia che prova un dipendente nei confronti di chi è indipendente, di chi si è costruito qualcosa da solo. Comunque sto divagando. Davvero, come fa?". Come prima, Ruma si esibisce in un'abbondante risata, prima di rispondere "Oh, lei è davvero uno spasso, sa? Non si faccia ingannare, è davvero felice solo colui che ha sofferto davvero, e ne è uscito vivo", e come un lampo di serietà si stampa sul suo volto, per sparire un attimo dopo. "E comunque, sto aspettando che arrivi una persona a me molto cara, la mia nipotina Jasmine! Sto per partire, glielo avevo detto? Torno in India per un pò, a farmi aggiustare il cuore, e lei è stata così gentile da accettare di curarsi della libreria. In fondo, è l'unica che potrebbe farlo". Si piega verso di me e sussurra, come se ci fosse qualcuno li dentro, "Ha un dono speciale". La mia espressione si fa dubbiosa, e l'unica cosa che so dire a questa rivelazione è un "Ah" che forse suona come un 'Ma sai cosa me ne importa?', anche se non volevo; poi aggiungo "No, non mi aveva detto di questa sua imminente partenza. A questo punto mi tolgo di mezzo, ha anche smesso di piovere. Non voglio assolutamente rovinarle la rimpatriata familiare. Grazie di tutto, Ruma. Le auguro buona g..." "Ma sta scherzando?!" mi interrompe. "Lei non è di alcun disturbo, e sarò felicissima di farle conoscere la mia nipotina, sarà qui a momenti". 'Bene, tra un'ora ho il traghetto per Seattle, ma se lo perdo non si preoccupi, ne va solo del mio lavoro', ma non ho il coraggio di dirlo, né di dire di no al suo invito. "Si metta a suo agio e faccia come fosse a casa sua", mi dice, allora approfitto per girare ancora un pò tra quegli scaffali colmi di libri vecchi, alcuni dei quali sicuramente preziosi. "Ahio!! Ma che...?" Proprio in quell'istante un libro che sembra pesare un quintale mi cade dritto in testa. 'Dio che dolore'. "Oh Ganesh!" urla Ruma venendomi in soccorso "Tutto bene? Mi dispiace tanto, a volte alla Libreria piace fare scherzi". "Scherzi? I-in che senso? E poi chi è questo Ganesh?" chiedo in preda al dolore. "Ma il Dio dei nuovi inizi, ovviamente" risponde, indicandomi la statua di un elefante con un corno spuntato che mi sorride beffardo, "Oh ma è una storia troppo lunga, la annoierei. Le serve del ghiaccio?". "No grazie, sta passando...". Ho la testa che mi pulsa e cerco un posto dove sedermi. Quando arrivo verso il retro dell'edificio, sento una porta che si apre e chiude, e poi una voce di donna che sembra risuonare nel vuoto, come parlasse da sola. 'Ecco, ci mancava la pazza del villaggio'. Faccio per andarmene per evitare problemi quando Ruma esclama di gioia "Bippy! La mia nipotina!", rivolgendosi alla "pazza del villaggio" con tanto di abbraccio di chi non si vede da una vita. "Zia Ruma" urla l'altra, "che bello rivederti!". 'E' il momento buono, posso dileguarmi da questo posto di matti', e non faccio in tempo a pensarlo che dalla porta sbuca un tizio vestito come un damerino e i capelli che sembrano essere stati tirati indietro col cemento, che comincia a parlare con fare isterico "Ruma, la vetrina è di nuovo sottosopra, e io sono stufo di rimetterla in ordine tutte le volte!". Ormai il mal di testa ha preso il controllo del mio corpo, così decido di rimanere li ancora un pò, giusto per evitare di essere ritrovato privo di sensi per strada. Dopo una breve discussione con un accenno a dei "guerrieri non-ho-capito-cosa", Ruma dice a Jasmine "Lui è Tony. E' il mio aiutante. Lavorerete insieme mentre io sarò via". 'Wow! Che accoppiata, la pazza e il damerino isterico'. Quando Tony esce dalla stanza, Ruma e Jasmine vengono verso di me, palesemente sofferente. "Questo signore, invece, viene da molto lontano, è a Seattle per lavoro e alloggia qui per un mesetto". 'Ma come diavolo fa a saperlo, non mi sembra di averglielo detto... O forse si? Bah, sarà stata la botta in testa...'. "Davvero? Che coincidenza, staremo qui lo stesso tempo. Piacere di conoscerla." dice con fare serio, di chi è diffidente verso il Mondo. Lei di dov'è?" le chiedo, cercando di essere gentile. "Los Angeles", risponde seccamente. A quel punto interviene Ruma, che con entusiasmo ci preannuncia un bel tour della libreria. 'Evviva, ci mancava il giro turistico della polvere'. Mentre ci incamminiamo, per un attimo barcollo come un ubriaco, l'equilibrio sconvolto dal trauma. Jasmine si gira "Si sente bene?". "Eh? Oh, si, si. Sto bene. La libreria mi ha voluto fare uno scherzo lanciandomi un libro in testa"; a questo punto è lei che guarda me come fosse pazzo "La libreria?" chiede con tono sarcastico. Per fortuna, Ruma viene in mio soccorso "Questa non è una 'libreria indipendente' come le altre, tesoro. A volte mi sveglio ed è tutto sottosopra, tutto spostato. Libri qui, libri lì... chi li acchiappa più!" sorride come se avere dei libri che fanno il bello e cattivo tempo dentro una libreria fosse la cosa più normale del mondo. Vaghiamo tra stanze piene di scaffali e passiamo di fronte ad una serie di reperti che Ruma dice essere appartenuti ognuno ad uno scrittore famoso, tipo la scrivania di E.B. White o la specchiera di Charles Dickens. 'Ma che razza di assurdità sono queste?', e sembra che la mia diffidenza sia condivisa da Jasmine. 'Ok, magari non è proprio del tutto pazza. Certo, non in confronto a sua zia, questo è sicuro!'. Mi viene quasi da gridare al miracolo quando Ruma ci propone un tè, chiedendoci di accomodarci su delle poltrone. 'Finalmente il mio povero cranio avrà un attimo di pausa' penso sprofondando nel blu dell'imbottitura lisa. Mentre sono sempre più vicino al coma, le sento parlare. "Grazie per aver accettato di aiutare Tony in negozio. Lui è bravissimo e ha tanta esperienza, ma io e la mia libreria abbiamo bisogno del tuo talento speciale" - 'Ancora con questa storia del dono speciale, a me sembra una ragazza normale che non ha mai gestito una libreria in vita sua' - "E intanto approfittane, Jasmine, e prova a cercare un pò di felicità mentre sei qui". "Terrò d'occhio il tuo negozio, questo si. Ma di felicità non si è parlato". "Non devi smettere di credere nell'amore, tesoro. Dimentica Robert, è solo un mucchio di letame". "L'amore in cui credo è quello che provo per la mia zietta. Farai meglio a ristabilirti e a tornare a casa, e quando sarai qui ci metteremo a cercare un bel marito anche per te, possibilmente migliore di quello che ho avuto io" - 'Bene, ora so anche tutta la vita sentimentale di questa donna. Davvero esaltante' - "Non preoccuparti per me. Ma e Baba vogliono che tu sia a casa in tempo per la cena. Ma prima ti voglio mostrare l'appartamentino del sottotetto dove dormirai. Vedrai, è pieno di magia, lassù". 'Talento speciale, magia, la libreria fa gli scherzi... Ok, ora la mia testa rischia di esplodere, ho bisogno di un letto vero.' Trovo la forza di alzarmi e parlare "Signore, mi dispiace dover interrompere qui il tour, ma davvero non penso di sentirmi bene. Torno... in camera mia, al Motel". "Oh che peccato" dice Ruma in tono sinceramente dispiaciuto "avrei tanto voluto farle vedere il resto della casa. Ma quel che è giusto è giusto. Si riposi, e che gli spiriti della letteratura possano vegliare su di lei". 'Gli spiriti? Cos'è, una minaccia?' "La ringrazio davvero per la tazza di tè ed il riparo. Spero si rimetta al più presto. Il suo cuore, dico. Arrivederci anche a lei, Jasmine, e... In bocca al lupo con la Libreria". "Arrivederci. Si faccia vedere da qualcuno, mi sembra piuttosto malconcio". 'Forse dovrei darle retta. Ci penserò più tardi'. Le vedo incamminarsi per degli stretti scalini, e sento Ruma parlare della Libreria che potrebbe arrabbiarsi, o una cosa del genere. Comunque, ora sono da solo, e mentre sono diretto alla porta vedo, sul tavolino dove prima era appoggiato il vassoio del tè, un libro sui rimedi contro l'emicrania. ' Ma... quello prima non c'era' penso, sempre più perplesso 'E che strana coincidenza...'. Decido che in questi casi pensare fa decisamente male alla salute, e finalmente apro la porta che mi proietta di nuovo sulla strada. L'aria adesso è cambiata, è più calda e tira meno vento. Passeggio sul lungomare cercando di schiarirmi le idee su quello che era appena successo, su quel luogo così strano e così attraente allo stesso tempo, sull'amore incondizionato di Ruma per il suo lavoro, sul talento segreto di Jasmine, sugli spiriti della letteratura e sulla Libreria "giocherellona". Pochi minuti dopo sono finalmente al Motel, ritiro la chiave ed entro nella mia stanza. 'Devo avvisare in redazione che non sarò alla riunione oggi pomeriggio' penso, immaginandomi la bella incazzatura del mio capo. 'Un ottimo inizio... Me ne servirebbe uno nuovo. Domani chiederò a Ruma un bel miracolo da Ganesh'. Una volta sdraiato sul letto, penso che forse dovrei indagare un pò su questa storia, il mio fiuto da giornalista non dovrebbe ingannarmi. 'Giornalista economico' mi precisa il mio cervello, in vena di ironia anche lui. Chiudo gli occhi, ho solo voglia di svegliarmi nuovamente operativo, di dedicarmi solo al mio lavoro, niente di più. Poco dopo, cominciano a passarmi davanti agli occhi delle parole, come se volassero; piano piano, cominciano a posarsi come uccelli su qualcosa di bianco: una pagina. Sto per forza sognando, ma non riesco a svegliarmi. Ho come l'impressione che la testa si muova seguendo l'andamento delle righe, come se stessi.......
E' proprio così, sto leggendo. La leggera ruvidità delle pagine accarezza i polpastrelli, le lettere stampate a formare parole attirano lo sguardo come un tramonto sul mare, o le stelle cadenti nel cielo. Guardo la copertina: "La libreria dei nuovi inizi". Sorrido, e vorrei tornare a Shelter Island....
Non è come svegliarsi improvvisamente da un sogno bellissimo e tanto reale, che guardandosi intorno quasi si stenta a ricordare dove ci si trova. Leggere è qualcosa di più. Leggere è un rapimento di cui si è la vittima consenziente. Non importa che non siamo noi ad aver scritto quelle pagine, importa che le facciamo nostre nello stesso momento in cui cominciamo a sfogliarle. Tuttavia, il potere dei libri non è uniforme, non tutti i libri hanno quella forza attrattiva che ci isola completamente dal mondo circostante, che ci fa entrare nella storia come ne fossimo i protagonisti. Non tutti, appunto, ma "La libreria dei nuovi inizi" si: è un libro eccezionale, pieno di vita, che trasuda emozioni da tutti i pori. La sua vitalità, e di questo ci si accorge immediatamente, è dovuta al suo incredibile realismo, il cui merito va tutto all'autrice, Anjali Banerjee, che ha saputo costruire dei personaggi (e degli ambienti) che sembrano ritratti di persona. Una pittrice particolare, certo, che con il suo pennello imprime sulle pagine l'immagine dei suoi modelli, i loro pensieri, i loro dialoghi, a parole (un pò come Mr. Gwyn, per intenderci), ma senza sbavature di colore. Ho quindi voluto rendere omaggio a questa sua grande capacità di creare un forte coinvolgimento emozionale con le sue creature, presentandovele come se fossi io a conoscerle proprio lì, dove vivono. Oltretutto, a parte la fiction di me che entro nel libro per poi uscirne con avendolo in mano, posso garantirvi che quando l'ho iniziato la sensazione di totale immersione nella storia è stata più che reale: l'idea deriva proprio da questo. La grande differenza che fa questo libro è che non vi farà viaggiare solo con la mente, vi farà concretamente pensare che la vita sia fatta di inizi, e che molto spesso occorre prima tagliare i fili con il passato, o con il presente: come Jasmine, che arriva sull'isola da divorziata col cuore spezzato ed un lavoro che le piace ma la opprime e non la soddisfa, ma riscopre la passione per i libri, si rende conto del suo "dono segreto" e, chissà, magari ritroverà fiducia in se stessa e nell'amore. 'Ogni libro è una storia d'amore', è scritto in copertina. Voglio darvi un'altra piccola chiave di lettura: tutte le persone a lei più vicine avranno il loro "nuovo inizio", come tutti quelli che entrano nella libreria. Vi starete chiedendo se questo libro è davvero così perfetto: in realtà no, e le imperfezioni riguardano soprattutto le "spiegazioni finali", che risultano costruite ad arte in maniera troppo evidente; vi garantisco, però, che queste non toglieranno nulla alla bellezza del libro, alla sua dolcezza, alla sua armonia ed alla vostra esperienza. Arriverete in fondo con un gran sorriso, ed una grande voglia di mettervi a fare i librai! Per concludere, la Banerjee ci regala un piccolo tesoro da custodire dentro di noi, per ricordarci che in ogni giorno c'è un inizio, e che da ogni inizio deriva qualcosa di nuovo. Sta a noi coglierne la bellezza.
Questa recensione ha due dediche: la prima alla persona per me più speciale, colei che mi ha regalato questo bellissimo libro e che ogni giorno mi regala emozioni ben più grandi.
La seconda è per quegli emiliani che oggi soffrono vedendo la loro terra lacerata, spezzata insieme a tante vite, ma che stanno dimostrando la forza di volere davvero il loro Nuovo Inizio. Siamo con voi.
E' proprio così, sto leggendo. La leggera ruvidità delle pagine accarezza i polpastrelli, le lettere stampate a formare parole attirano lo sguardo come un tramonto sul mare, o le stelle cadenti nel cielo. Guardo la copertina: "La libreria dei nuovi inizi". Sorrido, e vorrei tornare a Shelter Island....
Non è come svegliarsi improvvisamente da un sogno bellissimo e tanto reale, che guardandosi intorno quasi si stenta a ricordare dove ci si trova. Leggere è qualcosa di più. Leggere è un rapimento di cui si è la vittima consenziente. Non importa che non siamo noi ad aver scritto quelle pagine, importa che le facciamo nostre nello stesso momento in cui cominciamo a sfogliarle. Tuttavia, il potere dei libri non è uniforme, non tutti i libri hanno quella forza attrattiva che ci isola completamente dal mondo circostante, che ci fa entrare nella storia come ne fossimo i protagonisti. Non tutti, appunto, ma "La libreria dei nuovi inizi" si: è un libro eccezionale, pieno di vita, che trasuda emozioni da tutti i pori. La sua vitalità, e di questo ci si accorge immediatamente, è dovuta al suo incredibile realismo, il cui merito va tutto all'autrice, Anjali Banerjee, che ha saputo costruire dei personaggi (e degli ambienti) che sembrano ritratti di persona. Una pittrice particolare, certo, che con il suo pennello imprime sulle pagine l'immagine dei suoi modelli, i loro pensieri, i loro dialoghi, a parole (un pò come Mr. Gwyn, per intenderci), ma senza sbavature di colore. Ho quindi voluto rendere omaggio a questa sua grande capacità di creare un forte coinvolgimento emozionale con le sue creature, presentandovele come se fossi io a conoscerle proprio lì, dove vivono. Oltretutto, a parte la fiction di me che entro nel libro per poi uscirne con avendolo in mano, posso garantirvi che quando l'ho iniziato la sensazione di totale immersione nella storia è stata più che reale: l'idea deriva proprio da questo. La grande differenza che fa questo libro è che non vi farà viaggiare solo con la mente, vi farà concretamente pensare che la vita sia fatta di inizi, e che molto spesso occorre prima tagliare i fili con il passato, o con il presente: come Jasmine, che arriva sull'isola da divorziata col cuore spezzato ed un lavoro che le piace ma la opprime e non la soddisfa, ma riscopre la passione per i libri, si rende conto del suo "dono segreto" e, chissà, magari ritroverà fiducia in se stessa e nell'amore. 'Ogni libro è una storia d'amore', è scritto in copertina. Voglio darvi un'altra piccola chiave di lettura: tutte le persone a lei più vicine avranno il loro "nuovo inizio", come tutti quelli che entrano nella libreria. Vi starete chiedendo se questo libro è davvero così perfetto: in realtà no, e le imperfezioni riguardano soprattutto le "spiegazioni finali", che risultano costruite ad arte in maniera troppo evidente; vi garantisco, però, che queste non toglieranno nulla alla bellezza del libro, alla sua dolcezza, alla sua armonia ed alla vostra esperienza. Arriverete in fondo con un gran sorriso, ed una grande voglia di mettervi a fare i librai! Per concludere, la Banerjee ci regala un piccolo tesoro da custodire dentro di noi, per ricordarci che in ogni giorno c'è un inizio, e che da ogni inizio deriva qualcosa di nuovo. Sta a noi coglierne la bellezza.
Questa recensione ha due dediche: la prima alla persona per me più speciale, colei che mi ha regalato questo bellissimo libro e che ogni giorno mi regala emozioni ben più grandi.
La seconda è per quegli emiliani che oggi soffrono vedendo la loro terra lacerata, spezzata insieme a tante vite, ma che stanno dimostrando la forza di volere davvero il loro Nuovo Inizio. Siamo con voi.
4.19.2012
Julia Crouch - Finché vita non ci separi
E' la prima volta dall'apertura del Blog che mi trovo a scrivere una recensione negativa. Purtroppo non sempre i libri sono come ce li aspettiamo una volta sottratti agli scaffali di una libreria e riposti su quelli più familiari di casa nostra. In quel momento, che personalmente trovo emozionante, abbiamo l'impressione che quel libro si sia aggiunto alla famiglia, lì, in mezzo ai suoi fratelli che per la maggior parte abbiamo già svezzato e apprezzato. Alle volte, però, ci sono dei libri che, come le persone, si mettono un bel vestito e ci riempiono di belle parole nell'incipit o nell'elegante copertina. Di recente, poi, i più vanitosi portano a testimonianza della loro bellezza alcuni commenti di ammiratori non meglio specificati che li esaltano sotto tutti gli aspetti. Come le persone di quella specie, però, anche questi libri ci deludono, si perdono in se stessi e nella loro bellezza esaltata e mai comprovata. "Finché vita non ci separi" appartiene in pieno a questa categoria. Se volessi trovare un elemento positivo, direi che quantomeno l'idea di partenza è geniale e seriamente intrigante, che per un thriller costituisce un ottimo presupposto. Ciò che mi preme non è spiegarvi come si sviluppa la trama, quanto piuttosto rendere il perché l'autrice non abbia saputo sfruttarne i punti di forza, quindi la dirò in breve: Rose, la protagonista, venuta a sapere della prematura morte del marito della sua migliore amica, Polly, decide di ospitarla a casa sua finché la vita non torni a sorriderle. Le due hanno condiviso gran parte dell'infanzia e tutta l'adolescenza, fatta di eccessi anche a causa del successo di Polly come rockstar, fino a quando le loro strade si separano al momento del matrimonio, proiettandole verso stili di vita opposti. Tuttavia Rose non si immagina che dietro l'apparente debolezza psico-fisica dell'amica, coadiuvata da una persistente anoressia, ella stia in realtà tramando di prendere il suo posto nel mondo fatto di tranquillità e amore che lei e il marito sono riusciti a creare in quell'angolo sperduto di campagna inglese. I suoi sospetti nascono e crescono con il susseguirsi di eventi misteriosi dietro i quali sembra celarsi un progetto ben preciso, ma sarà disposta a tutto pur di non vedersi allontanare irrimediabilmente da ciò che la vita le ha concesso dopo tanti sforzi e sacrifici. Come vi dicevo, i presupposti per un romanzo di grande spessore c'erano tutti. Tuttavia, come spesso mi piace sottolineare, avere una grande idea non vuol sempre dire saperla mettere in pratica. Ed è qui che cominciano i problemi: innanzitutto il ritmo narrativo risulta estremamente basso, fatto per lo più di situazioni quotidiane e dialoghi più o meno realistici, mentre i picchi di adrenalina che giustamente ci si aspetta sono pochi ed arrivano sempre con colpevole ritardo. Questo è un aspetto che trovo importante: sapendo di trovarvi di fronte ad un thriller, il fattore psicologico incide profondamente, perché ovviamente alla fine della lettura penserete "in effetti l'ho letto d'un fiato e spesso l'ho trattenuto", eppure analizzando a freddo ciò che vi è appena passato per le mani scoprirete che i momenti di suspance e adrenalina non costituiscono un punto di rottura, una svolta reale nella vicenda. Eppure sono presenti in numero esiguo e molto distanziati tra loro in termini di pagine, quindi ci si aspetta di essere ben ripagati della pazienza dimostrata nel leggere quegli infiniti tratti di calma piatta. In poche parole, si va avanti veloce nella lettura perché si è increduli nel constatare che non accada nulla per un esteso arco temporale, e che quando quel "qualcosa" arriva sembra comunque un fatto minore, aumentando l'attesa per qualcosa che non arriverà mai. Una volta terminato, tornando a leggere sulla II di copertina la frase "Strani incidenti si susseguono. Il vecchio gatto di casa scompare, la figlia piccola di Rose si salva per un soffio da un avvelenamento", ci si accorge di essere stati messi inconsapevolmente di fronte a ben due dei tre fatti misteriosi che accadono nel libro. Il secondo punto critico verte proprio sulla qualità di questi fatti, che risultano poco convincenti e non sembrano mai essere totalmente collegati o utili a dare un senso alla vicenda: così, se l'avvelenamento della neonata può sembrare ovviamente opera di Polly nel portare avanti il suo malvagio progetto, la sparizione del gatto (ovvero la sua morte, che ci è velocemente rivelata) può essere avvenuta in ben altre circostanze, e comunque risulta un espediente piuttosto blando che non può certo avere un effetto adrenalinico sul lettore. Inoltre, tali avvenimenti hanno un peso specifico pressoché identico, cosicché si prova la spiacevole sensazione di non avvicinarsi mai alla fine del romanzo: non c'è quella che in gergo viene definita "escalation", cioè un susseguirsi di eventi sempre più gravi che portano alla resa dei conti finale; anzi, oserei dire che è costruita al contrario, invece di un "crescendo" assistiamo ad un "decrescendo", dato che l'evento più grave è quello dell'avvelenamento, che avviene per primo, mentre nei successivi l'enfasi cala drasticamente. Come volevasi dimostrare, tale resa dei conti viene preparata ad oc nell'ultimo centinaio di pagine, riducendo il finale vero e proprio a poche sfogliate, dove si vede l'enorme difficoltà dell'autrice a far quadrare tutto in così poco spazio. Una lancia va però spezzata in favore della costruzione dei personaggi, che risulta molto precisa e realistica, salvo poi utilizzarli complessivamente male sia nei movimenti sia nel metterne troppo spesso in risalto gli aspetti più cupi e trasgressivi, oltretutto in modo fine a se stesso (vedi scene di sesso, anche occasionale, apparentemente senza senso). A proposito dei personaggi, sono estremamente convinto che la scelta di inserire la figura dei due figli di Polly sia stata una mossa sbagliata, che ha costretto la Crouch ad essere troppo prudente; sarebbe stato sicuramente meglio lasciare Polly da sola dato che, trovandosi di fronte alla vita di Rose con la sua casa, suo marito e le sue due splendide figlie (bellissimo il personaggio della piccola Anna), sarebbe stata più determinata nel tentativo di far sua una dimensione che non gli è mai appartenuta, cosa da cui avrebbe tratto giovamento l'intero scritto. In conclusione, non direi mai di non leggere un romanzo, né tanto meno vestirei mai i panni del giudice infallibile che può assicurarvi che un determinato testo non vi piacerà senza dubbio alcuno. Peraltro ogni lettura è a suo modo necessaria: personalmente, da questa ho ricavato degli aspetti negativi che mi torneranno utili per avere un occhio critico sempre più sviluppato. Tuttavia, in generale non trovo che leggere questo libro sia un'esperienza indimenticabile, come di solito dovrebbe essere immergersi nel magico mondo di carta che fa da cornice alle nostre esistenze, lasciandoci pressoché indifferenti anche di fronte a temi come quelli della sincerità e dell'amicizia, che ricoprono una grande importanza nella quotidianità di tutti noi.
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3.21.2012
Frédéric Beigbeder - L'amore dura tre anni
Fin da molto piccoli, quasi tutti noi (dico "quasi" per non offendere le eccezioni) siamo stati proiettati in un mondo fatto di favole fantastiche, nelle quali bellissimi e coraggiosi principi mettevano a rischio la loro stessa vita in epiche battaglie ad un solo scopo: salvare l'altrettanto bella e indifesa principessa in nome del Vero Amore. Non senza patimenti di cuore, sia chiaro, che tante lacrime hanno fatto versare su carta di svariata natura (fazzoletti e pagine i più comuni). Tali storie sono state così centrali nell'infanzia di tante generazioni, che irrimediabilmente (quasi) tutti i ragazzini appartenenti alle stesse si sono prima o poi calati nelle azzurre vesti alla ricerca della principessa da salvare in cambio del fiabesco Amore. Tutto ciò finché il silenzio cosmico non è rotto da un imponente tonfo, provocato da un intera generazione di piedi che tornano prepotentemente per terra, non a causa dell'immateriale gravità quanto piuttosto della più che materiale ed ineluttabile "prima batosta amorosa", che si caratterizza per i tipici mal di pancia ed inesplicabili momenti di balbuzie di fronte all'amore impossibile, ed è "prima" in quanto non certamente ultima. Tant'è che dopo alcune esperienze più o meno importanti, si arriva all'età adulta convinti di aver ottenuto il rango di cavaliere ad honorem, che implica il diritto divino ad indossare armatura e scudo assolutamente impenetrabili. Nulla di più sbagliato secondo il nostro autore, ed è proprio a questo punto che parte la vicenda di Marc Marronnier, alias Frédéric Beigbeder, trentenne borghese pubblicitario di professione ed organizzatore di feste per fama. Per essere più precisi, la sua vicenda ha inizio quando si accorge che quell'armatura che sentiva addosso era solo un ologramma, che l'Amore ha infinite vie per far soffrire e, cosa non indifferente, creare un enorme caos nel cervello. Così Marronnier/Beigbeder si ritrova a festeggiare il suo divorzio con un tour dei locali al solo scopo di ubriacarsi e drogarsi, non sapendo se quel senso di smarrimento che lo assale sia dovuto al senso di colpa nei confronti della ormai ex-moglie Anne o all'amore che sente di provare per Alice, la sua amante, anch'ella sposata. Una cosa è certa: l'amore, quello perduto e quello trovato, lo sta consumando, la depressione e l'infelicità diventano la norma rischiando di portarlo all'autodistruzione, e nella sua mente l'unica contromisura che riesce ad individuare è quella di voler distruggere il concetto stesso di Amore, o almeno di quello eterno ("bisogna estirpare la menzogna dell'amore eterno, fondamento della nostra società, artefice dell'infelicità della gente"). Colonna portante della sua missione è una teoria scientifica: l'amore, con le sue sensazioni ed emozioni tanto agognate, non è altro che una serie di reazioni chimico-biologiche destinate ad esaurirsi nell'arco di 3 anni. Tuttavia esiste, evidente e profonda, una contraddizione tra ciò che le sue esperienze lo portano a credere e ciò che i suoi sentimenti lo portano a vivere: mentre arriva a conclusioni quali "le favole esistono solo nelle favole" e "il matrimonio non è qualcosa che si fa per se stessi", non può fare a meno di accorgersi che da quando Alice è entrata nella sua vita qualcosa è cambiato, tutte quelle sensazioni che credeva di non voler rivivere si abbattono su di lui con rinnovata violenza, debellando il suo tentativo di ricostruirsi un'armatura, rendendolo ancora una volta (e sempre più) vulnerabile. Questa variabile impazzita che viaggia nella sua equazione distruttiva quasi perfetta lo confonde, fa rimanere in piedi quella residua possibilità che l'amore tra due individui possa davvero costruire qualcosa di grande, causandogli uno sdoppiamento di personalità: ora è un Marronnier/Beigbeder lucido e cinico che con linguaggio erudito enuncia il suo totale distacco dall'amore borghese e mondano con ragionamenti apparentemente inattaccabili, ora è un uomo distrutto da un amore non corrisposto che vorrebbe a tutti i costi vivere e che trova rifugio nell'alcool prediligendo un linguaggio improvvisamente scurrile e greve, rendendolo vagamente paragonabile ad un moderno Dr. Jekyll & Mr. Hyde innamorato. L'alternanza tra le due dipende da quanto la possibilità di sottrarre Alice al suo matrimonio si fa concreta, e soprattutto da quando nella sua mente si addensa il dubbio che la nuova storia sia destinata a finire come le altr, facendo della teoria sua amica un'arma a doppio taglio e dando così vita ad un forsennato tira e molla. Come potrebbe, infatti, l'amore in cui non crede più prevalere sulla scienza, su quei fatidici tre anni? Quando poi tutto sembra essersi risolto a favore del Nostro e Mr. Hyde svanisce negli effusi della felicità, ecco che i due organizzano di incontrarsi a Formentera ad una settimana dal terzo anno di convivenza. Il conto alla rovescia è iniziato. Con un ritmo, decisamente adatto, fatto di alti e bassi, Frèdèric Beigbeder espone senza mezzi termini ciò che l'amore ha rappresentato nella sua vita, senza nessun intento moralistico e tentativo di influenza. Lo fa in modo molto ironico e realistico, adattando il linguaggio ai singoli momenti narrativi (come dicevo prima "lucido/erudito" "ubriaco/scurrile" e così via), cosicché il lettore abbia la sensazione che la scrittura sia avvenuta in quegli stessi istanti, vivendo appieno la vicenda ritrovandosi a volte a riflettere sulle proprie convinzioni sull'amore ed altre a ridere di gusto. Non leggetelo, quindi, come un "Trattato sull'amore", anche se all'inizio potrebbe sembrarlo, ma come una "Storia d'amore", solo così potrà sorprendervi come ha sorpreso me.
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3.01.2012
Laurent Mauvigner - Storia di un oblio
"...e il procuratore ha detto che un uomo non può morire per così poco, che non è giusto morire per una lattina di birra tenuta in mano troppo a lungo..." Questo non è l'inizio di un romanzo, cosa che "Storia di un oblio" non è. Questo è il primo accenno di un grido di dolore ed indignazione per la superficialità che questo mondo di apparenze ha raggiunto. Un grido che si fa sempre più forte ed intenso, ci entra in testa e sottopelle e fuoriesce sotto forma di piccoli, costanti brividi di emozione e commozione. Gli stessi che, spesso, mentre si sfogliano le pagine con una velocità impensabile, non si può fare a meno di pensare colgano lo stesso autore, spezzandone la voce mentre racconta come si possa morire massacrati di botte da un gruppo di vigilantes di un supermercato con la sola scusa di una birra consumata senza avere la possibilità di pagarla. Mauvignier racconta tutto questo al fratello della vittima, in un fiume di parole piene di incredulità e rancore, in cui l'unica forma di pausa è la virgola, perché non si può mettere un punto alla sofferenza che si prova a dover parlare di una morte ingiusta ed insensata; ciò che più impressiona è il suo evidente stato di shock, risaltato dal fatto che alle volte non riesce a tenere il filo dei discorsi perché subito gli balenano in mente altri pensieri, altre parole, altri particolari sempre più atroci e che rendono tutto sempre più insensato e frenetico. L'immaginazione ci porta a vederli uno di fronte all'altro, lui in lacrime che scuote la testa, il fratello della vittima immobilizzato dalla piena di sensazioni che lo rendono apparentemente insensibile, mentre davanti ai suoi occhi si palesa l'immagine del corpo esanime del fratello sul cemento del magazzino, ucciso per divertimento o noia con meno rispetto di quello che un predatore possa provare per la sua preda, sacrificata in nome della sopravvivenza. E' il valore stesso della vita che oggi viene messo in discussione da un virus sempre più diffuso che porta ad attribuire un prezzo ai singoli individui, come i prodotti di un supermercato, appunto. Così un uomo povero e sbandato, vestito di stracci e che passa il suo tempo a cercare amori facili, viene prezzato ad un valore inferiore a quello di una lattina di birra; inferiore, si, perché averla consumata in un gesto quasi involontario, forse necessario, ne ha permesso la condanna a morte, una condanna silenziosa e senza processo, senza possibilità di difendersi, senza in realtà la consapevolezza di doversi difendere, perché mai un uomo vivo potrebbe pensare che il valore di quella vita possa arrivare ad essere così basso. Lo sconcerto sale se si pensa che tale giudizio proviene da persone che non lo conoscono, che non possono sapere quanto per lui sia importante, né tanto meno quali siano le cose che la rendono degna di essere vissuta, ma che sono pronte a porle fine solo in base a ciò che hanno davanti agli occhi, pensando di poter capire tutto, che dietro ad un uomo che vive di nulla può esserci solo altrettanto nulla, non un pizzico di bene, neanche una famiglia. E' tristemente ironico sapere che lui non accartoccia la lattina, per trovarsi pochi istanti dopo accartocciato al suolo dalle botte dei vigilantes, come metaforizzato dalla copertina, in cui la lattina è l'uomo e la mano che la stringe sono gli assassini. Struggente ed illuminante dalla prima all'ultima parola, l'unico modo per affrontarlo è sapere che non si deve semplicemente leggerlo, si deve interpretarlo, si deve pensare di essere li a parlare con la voce rotta dal pianto, così che si possa imparare a vivere diversamente gli incroci di destini che quotidianamente viviamo, perché coloro che ci passano vicini ad ogni passo sono, prima di tutto, esseri umani.
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2.25.2012
Stefano Benni - Bar Sport
Stefano Benni, il cantore di bar per eccellenza torna, dopo "Il bar sotto il mare", a parlarci di questo luogo così comune da essere pieno di cose e personaggi eccezionali. "Bar Sport" è un'esplosione potentissima di ironia, di paradossi, di situazioni al limite del reale e del possibile, dove i personaggi, come le parole, sembrano "volare", tanta è la velocità con cui si gettano e ci gettano nei discorsi e nelle vicissitudini. Ebbene si, il Bar Sport vi risucchierà tra i suoi tavolini con estrema veemenza, per permettervi di conoscere di persona tutti i suoi clienti abituali ed avventori occasionali, accomunati dalla capacità di sbronzarsi istantaneamente. Le risate vi assalgono fin dalle prime pagine, dove troverete un dettagliato resoconto storico della nascita e dell'evoluzione del Bar, un luogo che è cambiato molto fisicamente ma non di certo dal punto di vista delle pazze frequentazioni. L'essenza stessa del Bar, antico e moderno, sono i "discorsi da Bar", ovvero storie che inevitabilmente si trasformano in balle colossali, una su tutte quella raccontata dal "playboy da Bar", abile a ribaltare la realtà pur di vantarsi delle sue conquiste. In tempi moderni, poi, il Bar è diventato Sport perché il 90% dei discorsi vertono sul calcio, e nel quale si distinguono figure quali "il tecnico", più comunemente chiamato "il tennico" (fenomenale conoscitore di calcio e creatore di parole e congiuntivi con licenza poetica), e il suo nemico giurato, l' "uomo col cappello" (un incompetente totale che ha il solo compito di contraddire il tecnico). Il vero talento di Benni sta nell'enfatizzare al massimo gli accadimenti, cosicché una conclamata realtà si trasformi in un cartoon esilarante: ed ecco che nella bacheca del bar troviamo paste risalenti agli anni '50, il montaggio di un insegna causa il black out di un'intera regione, le biglie da biliardo e le lambrette sfrecciano oltre i 200 all'ora, un uomo grasso si sgonfia perché "buca" e lo si porta dal gommista. Immancabili ed indimenticabili sono le "leggende", popolate da personaggi straordinari e (quasi) sovrannaturali, come i ciclisti Pozzi e Girardoux, protagonisti di tappe da migliaia di chilometri e scalate impossibili, e il fenomenale Piva, ragazzino dotato di una bordata micidiale. La scelta di un narratore interno fa si che non si possa fare a meno di immergersi in quel mondo fantastico, fino anche a volerne far parte. Insomma, in questo romanzo fatto di storie il divertimento è la colonna portante, anche se gli spunti per una profonda riflessione non mancano, dato che riportando alla normalità le situazioni e gli atteggiamenti esasperati da Benni non possiamo non accorgerci di quanto siano reali e sotto i nostri nasi ogni giorno; con ogni probabilità, in un mondo così caotico e votato all'esaltazione delle apparenze, è l'esagerazione stessa dei fatti quotidiani, che nel romanzo è utilizzato come strumento di ilarità, a fare da ponte con la realtà. L'intento di Benni, comunque, appare piuttosto quello di fare della sana e costruttiva autoironia, che spesso ci permette di migliorare ben più di quanto possano fare le critiche, più distruttive e troppo spesso provenienti dalle bocche di chi, al Bar Sport, non ci ha mai messo piede, al contrario di coloro che hanno letto e leggeranno questa stupenda opera narrativa, i quali ne avranno ben donde di affermare di esserci stati; anzi, di esserne stati parte integrante, e di non aver mai vissuto un'esperienza così incredibile. A proposito, non c'è la partita del Bologna tra poco? Tutti al Bar Sport!
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11.19.2011
Alessandro Baricco - Senza sangue
Le guerre non finiscono mai, questo è certo. Finiscono per i libri di storia, che riportano con precisione la data di inizio e quella di fine dei conflitti dell'umanità, finiscono per i moderni telegiornali, i media, finiscono, archiviate, nella nostra mente. Le guerre non finiscono mai, non per le persone che le hanno vissute in prima persona, quelle che hanno combattuto, quelle che si sono viste portare via i loro cari in un istante, quelle che hanno negli occhi e nei gesti la paura di veder arrivare un nemico ormai antico. Le guerre sono lo strascico di un abito da sposa già in lutto, che non arriverà mai all'altare e vedrà solo lo strascico crescere a dismisura. Le guerre sono il peccato originale dei padri che ricadrà per sempre sui figli, i nipoti, il futuro. Non si può dimenticare, non si può smettere di odiare chi ha ferito o ucciso i tuoi compagni, la tua famiglia, non si può analizzare freddamente la consapevolezza o la volontà di chi lo ha fatto, importa solo la vendetta. Per questo Manuel Roca è condannato a morte, per questo lo sono anche i suoi due bambini, ignari del passato e destinati a non conoscerlo mai, perché le guerre continuano sempre, per chi le ha vissute, i nemici rimangono li dietro l'angolo pronti a colpire, la loro riproduzione li fa solo aumentare di numero. Una Mercedes si avvicina alla casa di Manuel Roca, ma lui lo sa, sa chi c'è dietro quei vetri oscurati e cosa sono venuti a fare: Salinas, El Gurro, uomini che hanno fatto la guerra; e poi c'è Tito, solo un ragazzo. Manuel Roca osserva, pronto ad affrontare il suo destino, ma non può e non deve accettare che la guerra entri nelle vite dei suoi bambini, perciò decide di nasconderli: Nina, la più piccola, avvolta in una coperta, in una botola scavata nella terra, dove (forse) non possono trovarla, ma da dove può sentire tutto. Ascolta, Nina, ascolta cose che non dovrebbero appartenere al mondo dei bambini, cose inspiegabili, misteriose, terrificanti, paradossalmente affascinanti; Nina vede, anche, quel ragazzo che apre la botola e la richiude in un gesto quasi paterno. Le guerre non finiscono mai, neanche quelle dei bambini costretti ad entrarci, animati dallo stesso sentimento di odio e desiderio di vendetta dei grandi, e quando Nina arriverà in procinto di consumarla si troverà davanti chi, come lei, ha combattuto una guerra non sua; insieme, per un gioco di sguardi, di parole mai dette, di riflessioni nascoste, ai lati opposti di un tavolo, avranno la possibilità di ritrovare loro stessi prendendo una nuova strada illuminata da un solo faro: l'amore. Baricco, il cantastorie della letteratura italiana contemporanea, ci travolge con l'intensità di questo racconto estremamente comunicativo, pieno di sensazioni forti e di messaggi importanti; uno su tutti, fondamento stesso del romanzo e mai troppo scontato per non essere ripetuto con forza: "fate l'amore, non fate la guerra", perché lì dove la guerra distrugge in maniera perentoria e spietata, l'amore ricostruisce con una forza e un vigore tali da spazzare via dalla Storia i nostri momenti più bui.Ti è piaciuta la recensione e vorresti acquistare il libro? Clicca qui!
11.17.2011
Delphine De Vigan - Gli effetti secondari dei sogni
Nell'animo umano esistono solo due sentimenti in grado di andare realmente contro qualsiasi barriera: l'amore, e l'amicizia. Proprio loro rappresentano le ben poco convenzionali "armi" che l'eclettica scrittrice francese pone nelle mani dei suoi splendidi personaggi: a partire da Lou Bertignac, la tredicenne enfant-prodige che nella classe di ragazzi due anni più grandi di lei risponde a tutto ma non riesce mai a rispondere a se stessa, perennemente afflitta da quelle malinconiche domande che fanno parte del mondo degli adulti e dalle quali vorrebbe sottrarsi per avere un'adolescenza "comune", cosa che le è impedita proprio dalla sua intelligenza "non-comune" e dalla famiglia oppressa da un dolore irreversibile. L'Amore, per Lou, si chiama Lucas, il bello e ribelle della classe, tanto pieno di orgoglio e svogliato quanto gentile e intelligente: "Pepite" (pepita) è il soprannome che ha dato a Lou. L'Amicizia invece non è ancora realmente entrata nella vita della ragazzina, quell'amicizia figlia della pura affinità tra due anime, per la quale si lotta e si soffre, che quando se ne va ritorna più forte di prima; ma il Tempo ed il Destino pongono sempre davanti a noi un momento, qualcosa di estremamente piccolo e fragile, che se colto può cambiare la storia di molte vite, all'unisono. Per Lou questo momento coincide con una decisione frutto di una riflessione che probabilmente non avviene ed è sostituita dall'inconscio, quel luogo ignoto dove tutto è magia, e quando il professore le chiede di scegliere l'argomento della sua esposizione orale tutto si mette in moto, e lei dice:"I senzatetto", quelle persone che pochi considerano tali, e che spesso fanno parte delle fotografie della Gare d'Austerliz impresse nella memoria dagli occhi di Lou, che ama guardare l'espressione dei volti di chi si saluta e di chi si abbraccia di nuovo, per perdersi in emozioni non sue. Nolween le appare così, in un momento in cui è in quel mondo altrui, chiedendole una sigaretta e abbozzando una conversazione nei suoi vestiti lisi e la pelle sporca, parole così semplici ma così concrete da convincerla che No è diversa, tanto che dopo alcuni incontri per intervistarla decide di volerla aiutare, di cambiare la situazione e tirarla fuori dalla sua vita di stenti, convinta che il suo approccio pratico e scientifico al mondo la porterà facilmente a dimostrare che "le cose non sono come sono". Ben presto si troverà a doversi ricredere, e sarà costretta a coinvolgere la sua famiglia e lo stesso Lucas, in una girandola di colpi di scena che la vedranno spesso schiacciata tra Amore e Amicizia e indecisa su quale sia la strada più giusta da prendere in quel groviglio di vite destinate a cambiarsi l'una con l'altra passando attraverso le sfide, i tormenti, le gioie e le sconfitte della vita. Con questo romanzo semplice, diretto e complesso allo stesso tempo Delphine De Vigan ci regala un grande spunto per riflettere su cosa valga veramente la pena di lottare, e su quanto spesso l'uomo sia crudele e indifferente, incapace di comprendere la bellezza dell'essere diversi, unica cosa che ci rende uguali: "Siamo capaci di erigere grattaceli alti seicento metri, costruire alberghi sottomarini e isole artificiali a forma di palma, siamo capaci d'inventare materiali da costruzione "intelligenti" che assorbono gli inquinanti atmosferici organici e inorganici, siamo capaci di creare aspiratori autonomi e lampade che si accendono da sole quando si torna a casa. Siamo capaci di lasciare che della gente viva ai margini della circonvallazione".Ti è piaciuta la recensione e vorresti acquistare il libro? Clicca qui!
9.13.2011
Antonio Skàrmeta - Il postino di Neruda
Mario Jimenez è un ragazzo di Isla Negra, una microscopica cittadina peschiera della costa Cilena. Li tutti, anche suo padre, fanno i pescatori, e il destino di giovani come lui è già imbarcato su una di quelle navi, mentre la scuola e l'istruzione rimangono sulla terraferma e quindi sono luoghi che non gli appartengono. Tuttavia Mario si sente diverso, sente che il Mondo ha qualcos'altro da offrire, e anche se il suo mondo è estremamente piccolo, riesce a trovare quel qualcosa di diverso: rispondendo presente all'annuncio sulla porta dell'Ufficio Postale, diventa l'unico postino presente ad Isla Negra, venendo peraltro a sapere di avere un unico "cliente", sia in entrata che in uscita, il cui altisonante nome è Pablo Neruda. Dopo un primo periodo di malcelata timidezza, in cui l'unica cosa che il giovane riesce a fare è cercare un modo per farsi autografare un libro del vate e rimanere davanti alla sua porta come uno stoccafisso per molte volte, tra i due comincia a nascere una sorta di amicizia scaturita dalla reciproca curiosità, un'amicizia che raggiungerà l'eternità fluttuando in un moto perpetuo sulle ali della poesia. No, non quella che si studia sui banchi di scuola; ciò che lega i due è la poesia che scaturisce dall'essere al mondo e da ciò che questo ci offre: il mare, il vento, la terra...L'amore, come quello che Mario prova per la bella Beatriz. Attraverso le tappe più importanti della vita del grande poeta, sullo sfondo di un Cile in cui la rivoluzione comunista porta la politica anche in quei posti dimenticati, Skàrmeta ci fa dono di questa storia bellissima, in un esempio estremamente riuscito di quella che oserei definire una "prosa poetica". In conclusione vorrei aggiungere una mia riflessione: in un periodo storico come quello attuale, nel quale assistiamo e abbiamo assistito all'avvento di una generazione formata in gran parte da giovani che vedono come un obiettivo importante quello di conoscere figuranti incapaci e pieni di sè come quelli che tutti i giorni appaiono sugli schermi, suggerire un libro come questo nelle scuole potrebbe essere uno stimolo per quegli stessi giovani a guardarsi intorno, perché le persone che contano davvero nella nostra vita sono li, ad un passo da noi, famose o comuni, aspettando soltanto la scintilla che trasformi il sentimento in poesia.Ti è piaciuta la recensione e vorresti acquistare il libro? Clicca qui!
9.02.2011
Fred Uhlman - L'amico ritrovato
Il più bel piccolo libro del mondo. Così mi piace definire "L'amico ritrovato" di Uhlman, perché nella sua lettura che richiede un tempo infinitamente piccolo il lettore trova un mondo infinitamente grande. Non si smetterà mai di meravigliarsi all'idea che in 92 pagine ci sia la descrizione dettagliata di una scuola, di persone, di paesaggi, senza che niente di tutto ciò tolga spazio alla storia. E' tutto perfettamente integrato, e il collante che lega tutti i singoli elementi è ciò che lega i protagonisti stessi: l'amicizia. Hans Schwarz è un ragazzino di Stoccarda, brillante ma senza darlo a vedere, perché l'ambiente in cui studia è mediocre, formato da ragazzi benestanti con il futuro già scritto. E lui, figlio di un medico ebreo, preferisce la "sua" solitudine, fatta di letteratura, storia, poesia, un mondo in cui nessuno può entrare. Nel febbraio del 1932 questo muro rimasto in costruzione per anni, crolla per sempre, in un attimo, l'attimo che serve a Konradin von Hohenfels per entrare nell'aula e nella vita di Hans. Un Hohenfels, un membro della casata più potente e antica di Stoccarda, li davanti a lui, nella sua posa elegante senza ostentazione. L'amicizia che di li a poco nasce tra i due è frutto di un attendismo reciproco, una timidezza che colpisce due anime nel momento stesso in cui capiscono di essere in simbiosi, una richiesta di attenzione silenziosa; per questo viene vissuta così intensamente in ogni sua minima sfumatura, in ogni piccolo dettaglio che i due hanno in comune, senza che mai la differenza di rango o sangue possa sbarrare loro la strada: dalla letteratura alla poesia, dalla numismatica ai reperti antichi fino alle lunghe passeggiate nella città coperta di neve o alle scampagnate sulle colline per osservare quei magici territori chiusi in una bolla protettiva di cultura e ricchezza, nella quale entrambi credono che i tragici eventi esterni non potranno mai penetrare. Ma la Storia è come un grande cantiere, costruisce il futuro distruggendo il passato, senza curarsi del fatto che in quel passato molti hanno riposto la fiducia nel futuro; come un enorme schiacciasassi, raderà al suolo non solo le città, ma anche i sentimenti, i legami e le speranze, ponendo al posto di guida l'uomo più spregevole da essa stessa creato: Adolf Hitler. In una terra di persone abbandonate dal senno, le grandi casate di Germania, per paura di perdere il Nome e i titoli, preferiscono rinunciare all'onore. Hans e Konradin acquisiscono la consapevolezza della fine di tutto, come se prima non fosse mai esistito niente, e saranno costretti a prendere strade differenti che li allontaneranno ben oltre la semplice sfera fisica. Ma la Storia, come ho detto, costruisce il futuro, e chissà se per Hans, un giorno, l'amico perduto sarà ritrovato.Ti è piaciuta la recensione e vorresti acquistare il libro? Clicca qui!
8.25.2011
Jostein Gaarder - La ragazza delle arance
Recensire un libro come questo non è una cosa affatto facile, perché tocca un tema universale, uno di quei temi che necessariamente si prestano ad interpretazioni diverse. Anzi, oserei dire che ognuno di noi ne ha una visione diversa, anche coloro che si conformano a dogmi religiosi che presentano una spiegazione ben definita, perché a parte l'accettazione di principi generali tutti gli danno un tocco personale: in fondo non esistono al mondo due persone uguali tra loro. Cos'è la vita? Questo è il punto. Una domanda formata da tre parole la cui estensione va oltre i confini dello spazio e del tempo; ed è di questo che Jan Olav vuole parlare, di quello che per lui ha rappresentato la vita. Lo fa in una lettera, indirizzata ad un futuro ragazzo, un futuro uomo brillante e capace di sognare che non conoscerà mai, perché la morte sta venendo a prenderlo, e lo fa attraverso una storia, la storia della "Ragazza delle arance": quell'uomo che verrà è suo figlio. Quando Georg può finalmente accarezzare quei fogli di carta così preziosi, ed insieme ad essi la speranza di conoscere finalmente davvero quel padre mai suo, ha 15 anni. La lettera è stata ritrovata dalla nonna nella fodera di in un passeggino rosso appartenuto a Georg bambino, e che Jan Olav, prima di morire, aveva desiderato venisse tenuto, contando che prima o poi qualcuno avrebbe capito quale tesoro contenesse. Quando gli viene consegnata, Georg sale in camera sua, chiude a chiave, apre la busta e comincia a leggere la lettera. La storia della Ragazza delle arance è appassionante, è dolce, è misteriosa; è bello leggere di come il padre si definisce impacciato con le ragazze, e in particolare con lei. Sin dal primo incontro su un tram di Oslo, dove lo sguardo si posò su quella bellissima ragazza che, con in braccio un enorme sacchetto di arance dal colore brillante, lo ricambia con un sorriso. Da quella volta la ragazza entra nei suoi pensieri, diventa motivo di felicità e paura, quella di non rivederla mai più, di non vederla mai parte della sua vita. Jan Olav fantastica sull'identità di quella misteriosa dea delle arance, tanto da dargliene ben più di una: dalla maestra d'asilo a ragazza madre sposata con un insopportabile studente di Economia Aziendale. La cercherà ovunque, anche oltre i confini della Norvegia, anche a costo di infrangere le regole di quella favola. Perché, tornando sui nostri passi, è questo che Jan Olav crede sia la vita, una favola, un sogno, con delle regole ben precise che accettiamo di rispettare nel momento stesso in cui veniamo al mondo. L'elemento che rende veramente riflessiva la lettura di questo libro fantastico, è la scelta dell'ottica attraverso cui affrontare il tema: quella di un uomo che sa di dover morire, che deve per forza tirare le somme a un'età in cui si è totalmente lucidi e non si può fare a meno di pensare; quella di un medico che pensa che neanche la scienza possa trovare le risposte ad un mistero così impossibile, anzi non deve; ma soprattutto l'ottica è quella di un sognatore che è stato tale per tutta la vita, che alza gli occhi al cielo tutte le notti e cerca una speranza, lì, nell'infinito. Ed è Georg stesso che ci racconta tutto questo, scrivendo "a quattro mani" con il padre, in un bellissimo esempio di libro nel libro che voglio riassumere in una frase di Jan: "Così mi immagino per assurdo possano andare le cose: improvvisamente Newton si rese conto che esiste una gravitazione universale. Contemporaneamente a Darwin passò per la testa che su questo pianeta ha avuto luogo un'evoluzione. [...] Ma allora si può anche pensare che un giorno - e che giorno Georg! -, un giorno, qualche spirito pensante, in un attimo di lucida chiarezza, arriverà a risolvere il mistero stesso dell'universo. Immagino che un giorno, all'improvviso, qualcosa di simile possa accadere." Forse questo è la vita, questo siamo noi, di questo è composto l'universo: scintille.Ti è piaciuta la recensione e vorresti acquistare il libro? Clicca qui!
8.22.2011
José Saramago - Cecità
Non esiste, forse, cosa peggiore di vivere un'intera esistenza, forse l'unica che ci viene concessa, al buio, nella più completa cecità; non poter vedere mai chi ci circonda, non poter vedere mai i colori che compongono la tavolozza di questo Mondo straordinario, ma soprattutto non poter vedere mai se stessi. Eppure appare evidente che qualcosa peggiore di tutto questo c'è: la maggior parte di noi, infatti, hanno la fortuna di vedere, ma troppi decidono di essere ciechi, di non voler vedere chi sono gli altri, i colori del Mondo, loro stessi. Come si può non essere consapevoli di questo incredibile dono che è la vista? Come si può far finta di non capire che gli occhi non servono solo a guardare fuori, ma anche dentro? Come si può essere tanto ciechi? Sono queste le domande sulle quali Saramago ci induce a pensare, e per farlo fa ricorso ad una situazione tra l'assurdo e il fantascientifico. In un normale giorno della settimana, mentre un uomo è nella sua macchina ferma ad un semaforo sulla via del ritorno, accade qualcosa che lui non avrebbe mai pensato potesse accadergli e che invece in meno di un battito di ciglia si manifesta. Davanti agli occhi dell'uomo si pone un velo bianco, luminoso, inafferrabile, che porta ad una sola conseguenza: la cecità. L'uomo è un medico, e forse per la prima volta nella sua carriera non sa cosa sta succedendo, una diagnosi non è possibile, e la cosa sconvolgente è che neanche l'oculista saprà dare una spiegazione. Si sente preda di un destino che ha voluto beffare lui, lui soltanto, e che in realtà sta già colpendo l'intera città. L'epidemia che chiamano "mal bianco" si diffonde a macchia d'olio, e l'unica soluzione per cercare di arginarla è internare i contagiati. Tutto avviene improvvisamente, e nessuno ha il tempo di organizzare questa partenza verso l'ignoto; è così anche per il medico, che però ha al suo fianco una donna pronta a tutto pur di non abbandonare il marito e farlo cadere nell'oblio della disperazione. Così, quando le autorità militari vengono a prelevarlo, lei si finge cieca, e vengono entrambi trasportati nel luogo di internamento, un ex-manicomio fatiscente che emanava un'aria intrisa di abbandono e sofferenza. Lì ha inizio la vita di una micro-società di ciechi vessata dalla tirannia dei "sani", in cui gli occhi della moglie assisteranno e racconteranno il crescente degrado, il ritorno allo stato di bestie, la sua auto-distruzione, cercando di afferrare per lei e il marito la corda di un istinto primordiale: la sopravvivenza. José Saramago ci trasporta in un'avventura basata sull'idea che la società così come è costruita è destinata al collasso indipendentemente da chi la compone, arricchita da un fondamento filosofico e una morale assolutamente evidenti: la cecità dell'uomo non è nella possibilità o meno di vedere, ma nella volontà di farlo.Ti è piaciuta la recensione e vorresti acquistare il libro? Clicca qui!
8.19.2011
Alessandro Baricco - Seta
Seta. Quando sentiamo questa parola la prima cosa che ci viene in mente è la morbidezza e al contempo la leggerezza, e la possibilità di vedere attraverso qualcosa che è materialmente davanti a noi ma che sembra invisibile. Questa descrizione calza a pennello al libro e alla storia del suo protagonista: le parole sembrano filamenti di seta cuciti su veli di seta. Hervé Joncour ne ha fatto la sua vita: comprava uova di bachi da seta in Nord-Africa e le trasportava a Lavilledieu dove i batuffoli lasciati dai bachi, trasformatisi in farfalle, venivano lavorati. Hervè Joncur viveva di questo, così come la moglie Hèlen e l'intero villafgio, fino al giorno in cui un'epidemia cominciò ad uccidere le larve europee ed africane. Era la fine, se non fosse che Baldabiou, il mentore di Hervé, disse che così non era, e che una grande occasione si profilava di fronte a loro: il Giappone, con la sua seta pura, inimitabile, magica. Ma chi sarebbe stato disponibile a fare un viaggio così lungo? Hervè Joncour non ci pensò su due volte, e solo in quel momento ha inizio la vera avventura della sua vita. Portato al cospetto di Hara Kei, un potente contrabbandiere giapponese, egli troverà qualcosa che mai avrebbe immaginato in un luogo così chiuso e sconosciuto: due occhi che non avevano un taglio orientale, che lo fissarono dal primo istante, gli occhi di una donna, con il volto di una ragazzina. Il gioco di sguardi diventa il loro modo di esprimere i sentimenti che li hanno pervasi fin dal primo istante, quei sentimenti che non nascono per una ragione e proprio per questo sono inossidabili. Ma non è vero e proprio amore quello che Hervé e la misteriosa ragazza provano, è più una consapevolezza di essersi sempre conosciuti, di aver avuto qualcosa in comune in un passato lontano, in una vita diversa, perchè Hervé ama Hèlen e mai dubiterà di questo. Tutto sembrava aver preso una piega ben precisa, il destino aveva mosso le sue pedine, ma non tutte, e l'ultima sarà forse quella che cancellerà le mosse precedenti. Questa pedina si chiama guerra. Baricco, con ironia, dolcezza, passione, e uno stile decisamente zen, ci racconta una storia profonda e ci insegna che ogni viaggio è diverso, anche se conduce nello stesso luogo, perché è il tempo che cambia le cose, anche il modo di chiamare un lago, ma soprattutto cambia le situazioni e le persone, e troppo spesso ci illudiamo che la stessa strada porti alla stessa meta in un mondo che per sua natura è fatto di labirinti dove rischiamo di perderci e di perdere di vista ciò che abbiamo sempre avuto a cuore. Per curiosità, o per troppa leggerezza. L'anima dell'uomo, forse, è fatta di seta, invisibile seta giapponese.Ti è piaciuta la recensione e vorresti acquistare il libro? Clicca qui!
Alessandro Baricco - Novecento
Larry Boodman T.D. Lemon Novecento, è nato su una nave, il Virginian, e da li non è mai sceso. Fosse solo questo sarebbe già una grande storia da raccontare, ma Novecento è di più di una storia: è un pianista, il più grande. La sua storia ce la racconta il suo migliore amico, un trombettista della Band del Virginian, ma la sua musica no, quella non riesce a raccontarla, perché è qualcosa che non esiste se non nel momento in cui esce dalle dita di Novecento che volano leggere sui tasti. La musica di Novecento non è fatta di suoni e di note: è fatta di luoghi, di persone, di storie, è un tappeto volante che trasporta chi ha la fortuna di sentirlo suonare in giro per il mondo. Per questo Larry Boodman T.D. Lemon Novecento conosce come è fatto il mondo, perché è lui che lo crea, con 88 tasti e il talento di "saper leggere le persone" meglio dei libri. La storia di Novecento è la storia di come la musica sia l'unico mezzo per raggiungere l'infinito, per sentirsi parte di un tutto, di qualcosa di più grande, è l'invisibile collante che tiene insieme le molecole che compongono la materia, ed ecco che arriviamo alla contraddizione: non una contraddizione negativa, intendiamoci, ma una contraddizione poetica, che è l'essenza stessa del romanzo: l'infinito della musica, quello che Novecento sa interpretare e raggiungere, e l'infinitesimo dei gradini di una scaletta, quelli che Novecento non avrà mai il cuore di scendere, perché "la terra è un pianoforte con troppi tasti, e io non so suonarlo". Baricco non avrebbe mai immaginato che questa sua pièce teatrale sarebbe diventata un romanzo, né che i suoi lettori si sarebbero trovati davanti a qualcosa di ancora diverso: una poesia.Ti è piaciuta la recensione e vorresti acquistare il libro? Clicca qui!
8.17.2011
Michela Murgia - Accabadora
Non è difficile capire perché proprio questo romanzo abbia portato Michela Murgia alla ribalta nell'ambiente letterario e nei cuori dei lettori. La prima cosa che rapisce in "Accabadora" è l'incredibile fluidità e leggerezza della scrittura, la bellezza e il realismo delle descrizioni dei luoghi e degli accadimenti di una piccola cittadina delle campagne sarde degli anni '50, dove non succede mai niente e quando succede lo sanno tutti, perché la vita in quei luoghi dimenticati dal mondo scorre scandita dalla misera routine quotidiana solo per arrivare alla sua fine. Tutti, infatti, sapevano che Maria Listru era stata venduta dalla madre Anna Maria, che aveva bisogno di far mangiare le altre tre figlie, a Bonaria Urrai, un'anziana vedova che era stata tale fin da giovane, lasciata sola da un marito "che non l'aveva mai sposata" morto in guerra. Ma Bonaria Urrai con la morte ci convive ben più che per un lutto: lei è un'Accabadora, colei che da la morte a coloro che la stanno solo aspettando. Ovviamente anche questo lo sanno tutti, ma nessuno ne parla mai, la chiamano solo quando è giunto il momento per un parente o per se stessi, e per questo Maria non conosce la vera natura della seconda madre che lei considera come prima e unica e che sa essere un'ottima sarta. Così viene cresciuta da Bonaria, come una piccola sarta, nell'inconsapevolezza che l'eredità che le verrà lasciata sarà assai più grande di quell'umile quanto prezioso lavoro; e nonostante sia una ragazzina brillante, Maria non dubiterà mai veramente della madre, neanche quando si accorgerà delle sue uscite notturne a seguito di compaesani venuti a bussare alla sua porta. Tuttavia il destino, così come la morte e la vita, è inesorabile, e quando il fratello del suo amico Andria Bastiu, ferito a morte dal fucile di un vicino, chiamerà l'Accabadora, un evento sconvolgerà la vita dell'ormai adolescente Maria. Trasferitasi a Torino grazie all'aiuto di un'amica, troverà davanti a se un mondo che non conosce e che non la conosce, che la spaventa e la affascina e dove inesorabilmente sarà colta dalla nostalgia del luogo dove è cresciuta , con le campagne verdeggianti, la natura intatta e viva, gli odori, i suoni semplic, dove la vita scorre più lentamente; ma soprattutto è dove ha lasciato gli affetti più cari, compreso quello della madre, che dentro di se sa essere ciò che porterà il suo destino a compiersi, come era stato scritto il giorno in cui Bonaria Urrai la fece rinascere come fill'e anima. Il racconto travolgente dell'incontro di due donne legate dal destino di "concedere" la morte ma che, toccando temi attuali con gli occhi di una piccola realtà isolana, parla della pienezza della vita, delle emozioni che porta con se, in cui la morte è solo una cornice, un attimo fuggente. Il lettore si sentirà come fosse una brezza che passando su quei luoghi assiste alla storia, è presente, la fa sua e con se la porterà in giro per il mondo, per sempre.
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8.16.2011
Chuck Palahniuk - Fight Club
Su un grattacielo che sta per esplodere, un uomo senza nome ha una pistola puntata in bocca da quello che fino al giorno prima era il suo migliore amico, Tyler Durden. Tyler gli ha insegnato tutto, sopratutto a vivere davvero, a non farsi inghiottire da un sistema in cui l'unica prospettiva è l'auto-distruzione: e una vita in cui la felicità si trova solo negli incontri con i gruppi di sostegno di persone affette da malattie rare o incurabili, è una vita che si incanala in quella direzione. Finché una sera incontra Tyler in un bar e una volta fuori gli chiede di colpirlo: si picchiano selvaggiamente e i clienti del bar li osservano, si esaltano. E' così che nasce il Fight Club. Il Fight Club ha poche regole, e la prima è che "non si parla del Fight Club". Tutti possono partecipare agli incontri, e per molti di loro il Fight Club diventa l'unica via d'uscita dalla monotonia della vita, per sfogare la rabbia accumulata contro tutto e tutti. E infatti il Fight Club si espande, c'è una filiale in ogni città, perchè la rabbia, in questo mondo, è il sentimento dominante. Ma il Fight Club è solo una piccola parte del piano che si trova nella mente sveglia e perversa di Tyler Durden, è la sezione "Risorse Umane" dell'associazione che lui e il protagonista finanziano con la vendita di sapone ricavato dal grasso delle liposuzioni rubato negli ospedali, un'associazione il cui unico obiettivo è debellare il sistema. Tuttavia la sempre maggiore identificazione e simbiosi che "l'uomo senza nome" condivide con Tyler lo porteranno ai confini della realtà e nei meandri del suo inconscio, situazione peggiorata dal rapporto di amore-odio con una donna, Marla Singer, la quale si insinuerà nel perfetto ingranaggio messo in moto da Tyler. Romanzo d'esordio del controverso autore Chuck Palahniuk, un capolavoro assoluto della letteratura contemporanea, una denuncia forte e concreta dell'alienazione e auto-distruzione alle quali il sistema, fondato sull'imbrigliamento della libertà tramite l'organizzazione apparentemente perfetta della vita, porta le persone comuni. Questo disagio filtra prepotentemente attraverso l'estremizzazione dell'auto-distruzione stessa e con un linguaggio trasgressivo che mixa slang di strada e congetture filosofiche al limite dell'anarchia e della schizofrenia. Ovviamente di tutto questo io non vi ho parlato, perché è la prima regola del Fight Club: "Non si parla del Fight Club". Ti è piaciuta la recensione e vorresti acquistare il libro? Clicca qui!
Marc Levy - La prima stella della notte
Sequel de "Il primo giorno", questo incalzante libro non deluderà chi è rimasto colpito ed emozionato dalle avventure dell'affascinante e tormentato professore inglese Adrian e della bella e curiosa antropologa francese Keira, alle prese con un'organizzazione segreta e millenaria e una strana pietra perfettamente sferica che racchiude nella sua luminescenza un segreto che potrebbe cambiare il mondo. I due protagonisti si troveranno coinvolti in un turbine di colpi di scena ed eventi inquietanti, gireranno il mondo con qualsiasi mezzo disponibile, in un viaggio in cui non ci si potrà soffermare sulle bellezze di luoghi che sembrano scorrere veloci dal finestrino di un'automobile. Ma l'elemento più inquietante del loro difficile destino sarà l'impossibilità di fidarsi di qualcuno, anche di coloro che da sempre sono apparsi più vicini e pronti ad aiutare, a farsi carico di parte del fardello, ma che in fondo nascondono profondi segreti che non possono essere rivelati. Il mondo ha bisogno di sapere, ma Keira e Adrian saranno veramente pronti a rinunciare a tutto, anche all'amore, pur di portare fino in fondo il compito loro assegnato dalla storia? Levy riesce con maestria a non far mai cadere la storia nella noia quasi tipica dei sequel, a farci immedesimare nei personaggi, a farci sentire braccati, con i battiti del cuore che aumentano e diminuiscono insieme al ritmo delle vicende, a intrecciare trame mai scontate e mai troppo complesse ma logicamente molto efficaci. E' un libro che unisce i romanzi d'avventura a quelli d'amore a quelli che parlano di viaggi passando per la fantascienza, in un difficile mix che appare però come una cosa sola. Passando dalla Francia all'Inghilterra, dalla Cina alla Thailandia, fino alla Grecia e ai selvaggi territori africani, "La prima stella della notte" è un esempio eccezionale di letteratura contemporanea, per tutte le età, bello come la sua copertina.Ti è piaciuta la recensione e vorresti acquistare il libro? Clicca qui!
Marc Levy - Il primo giorno
Di genere difficilmente classificabile, questo incredibile romanzo di Marc Levy si attesta sicuramente in posizioni elevate nella classifica dei più bei romanzi degli ultimi anni. Nessuno potrebbe infatti rimanere immune agli intrighi, alla passione, all'avventura, alla poesia del viaggio e al mistero che trasudano dai pori di carta delle pagine. La sognante e avventurosa antropologa francese Keira e il brillante ma insicuro astrofisico inglese Adrian, uniti dal destino, troveranno sulla loro strada pericoli, gioia, frustrazione, amore, e inevitabilmente viaggeranno alla volta dei propri Io per risolvere il mistero che da millenni è celato da una sfera di pietra nera, da cui dipende la loro stessa vita: la volta celeste di miliardi di anni orsono. Ma un'organizzazione segreta è in agguato per impedire a tutti i costi agli scienziati di arrivare alla loro meta: chi sono? perchè cercano di fermare una scoperta che porterebbe le conoscenze dell'umaniti avanti di anni luce in pochi minuti? Aiutati da un professore amico di Keira, i due dovranno lanciarsi a testa bassa in una corsa contro il tempo, che assume una dimensione diversa fatta di momenti che appaiono infiniti, perchè quando la propria vita è in pericolo ogni respiro è importante, e i lettori lo tratterranno insieme ai protagonisti. Grazie ad uno stile diretto e pulito, e ad una fantasia accattivante, Levy ci proietta in un universo i cui luoghi ricordano quelli Indiana Jones intrisi dell'alone di cupo mistero tipici di Dan Brown, facendo di questo romanzo ad alta tensioneTi è piaciuta la recensione e vorresti acquistare il libro? Clicca qui!
8.15.2011
Luis Sepulveda - Il vecchio che leggeva romanzi d'amore
Molte sono le analogie che legano questo capolavoro di Luis Sepulveda con il forse più famoso "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway, a partire dal protagonista: anziano, solitario, profondo conoscitore del suo elemento. Nel caso di Antonio Josè Bolivar, questo "elemento" è la Foresta Amazzonica, il polmone della Terra, con la sua magia, la sua pericolosità, la connessione tra gli esseri viventi. Il suo nemico è un tigrillo femmina, un cacciatore che improvvisamente si ritrova preda e cerca vendetta sugli uomini che hanno ucciso una parte di se, che si nasconde nell'oceano di alberi dell'immensa foresta. Antonio Josè Bolivar lo scopre quando al villaggio vicino alla sua capanna arriva un cadavere trasportato dal fiume, dilaniato dalle unghie e dalle fauci del possente animale. Nel villaggio è l'unico a saper riconoscere le ferite, perché lui è l'unico che per anni ha vissuto con gli shuar, una tribù indigena che popola la foresta, dai quali ha appreso a rispettare la foresta, a sentirsene parte e non padrone: "Non ero uno shuar, ma ero uno di loro", ama ripetere. Gli abitanti chiedono il suo aiuto, ma lui non è più un cacciatore, è solo un vecchio che ama leggere romanzi d'amore, una passione nata dall'incontro con un prete venuto al villaggio che gli racconta di quanti argomenti parlino i libri: ad Antonio Josè Bolivar è l'amore che interessa davvero. Tuttavia il tigrillo continua a mietere vittime, e alla fine Antonio Josè Bolivar capisce di dover fare qualcosa; un'avventura che lo porterà a incontrarsi con fantasmi del suo passato, a rischiare la vita nel tentativo di uccidere qualcosa di cui ha profondamente rispetto, tanto da chiedersi chi sia la bestia pericolosa. Un incredibile viaggio in luoghi che dovrebbero essere difesi da tutti, ma che troppo pochi conoscono davvero per averli a cuore. Un auspicio alla riflessione su quanto questo mondo sia vivo e bello, di modo che le generazioni future possano avere maggiore coscienza di quanto sia fondamentale proteggerlo, il tutto arricchito dalla scrittura intensa e piena di sensazioni ed emozioni di Luis Sepulveda.Ti è piaciuta la recensione e vorresti acquistare il libro? Clicca qui!
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