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3.21.2012

Frédéric Beigbeder - L'amore dura tre anni

Fin da molto piccoli, quasi tutti noi (dico "quasi" per non offendere le eccezioni) siamo stati proiettati in un mondo fatto di favole fantastiche, nelle quali bellissimi e coraggiosi principi mettevano a rischio la loro stessa vita in epiche battaglie ad un solo scopo: salvare l'altrettanto bella e indifesa principessa in nome del Vero Amore. Non senza patimenti di cuore, sia chiaro, che tante lacrime hanno fatto versare su carta di svariata natura (fazzoletti e pagine i più comuni). Tali storie sono state così centrali nell'infanzia di tante generazioni, che irrimediabilmente (quasi) tutti i ragazzini appartenenti alle stesse si sono prima o poi calati nelle azzurre vesti alla ricerca della principessa da salvare in cambio del fiabesco Amore. Tutto ciò finché il silenzio cosmico non è rotto da un imponente tonfo, provocato da un intera generazione di piedi che tornano prepotentemente per terra, non a causa dell'immateriale gravità quanto piuttosto della più che materiale ed ineluttabile "prima batosta amorosa", che si caratterizza per i tipici mal di pancia ed inesplicabili momenti di balbuzie di fronte all'amore impossibile, ed è "prima" in quanto non certamente ultima. Tant'è che dopo alcune esperienze più o meno importanti, si arriva all'età adulta convinti di aver ottenuto il rango di cavaliere ad honorem, che implica il diritto divino ad indossare armatura e scudo assolutamente impenetrabili. Nulla di più sbagliato secondo il nostro autore, ed è proprio a questo punto che parte la vicenda di Marc Marronnier, alias Frédéric Beigbeder, trentenne borghese pubblicitario di professione ed organizzatore di feste per fama. Per essere più precisi, la sua vicenda ha inizio quando si accorge che quell'armatura che sentiva addosso era solo un ologramma, che l'Amore ha infinite vie per far soffrire e, cosa non indifferente, creare un enorme caos nel cervello. Così Marronnier/Beigbeder si ritrova a festeggiare il suo divorzio con un tour dei locali al solo scopo di ubriacarsi e drogarsi, non sapendo se quel senso di smarrimento che lo assale sia dovuto al senso di colpa nei confronti della ormai ex-moglie Anne o all'amore che sente di provare per Alice, la sua amante, anch'ella sposata. Una cosa è certa: l'amore, quello perduto e quello trovato, lo sta consumando, la depressione e l'infelicità diventano la norma rischiando di portarlo all'autodistruzione, e nella sua mente l'unica contromisura che riesce ad individuare è quella di voler distruggere il concetto stesso di Amore, o almeno di quello eterno ("bisogna estirpare la menzogna dell'amore eterno, fondamento della nostra società, artefice dell'infelicità della gente"). Colonna portante della sua missione è una teoria scientifica: l'amore, con le sue sensazioni ed emozioni tanto agognate, non è altro che una serie di reazioni chimico-biologiche destinate ad esaurirsi nell'arco di 3 anni. Tuttavia esiste, evidente e profonda, una contraddizione tra ciò che le sue esperienze lo portano a credere e ciò che i suoi sentimenti lo portano a vivere: mentre arriva a conclusioni quali "le favole esistono solo nelle favole" e "il matrimonio non è qualcosa che si fa per se stessi", non può fare a meno di accorgersi che da quando Alice è entrata nella sua vita qualcosa è cambiato, tutte quelle sensazioni che credeva di non voler rivivere si abbattono su di lui con rinnovata violenza, debellando il suo tentativo di ricostruirsi un'armatura, rendendolo ancora una volta (e sempre più) vulnerabile. Questa variabile impazzita che viaggia nella sua equazione distruttiva quasi perfetta lo confonde, fa rimanere in piedi quella residua possibilità che l'amore tra due individui possa davvero costruire qualcosa di grande, causandogli uno sdoppiamento di personalità: ora è un Marronnier/Beigbeder lucido e cinico che con linguaggio erudito enuncia il suo totale distacco dall'amore borghese e mondano con ragionamenti apparentemente inattaccabili, ora è un uomo distrutto da un amore non corrisposto che vorrebbe a tutti i costi vivere e che trova rifugio nell'alcool prediligendo un linguaggio improvvisamente scurrile e greve, rendendolo vagamente paragonabile ad un moderno Dr. Jekyll & Mr. Hyde innamorato. L'alternanza tra le due dipende da quanto la possibilità di sottrarre Alice al suo matrimonio si fa concreta, e soprattutto da quando nella sua mente si addensa il dubbio che la nuova storia sia destinata a finire come le altr, facendo della teoria sua amica un'arma a doppio taglio e dando così vita ad un forsennato tira e molla. Come potrebbe, infatti, l'amore in cui non crede più prevalere sulla scienza, su quei fatidici tre anni? Quando poi tutto sembra essersi risolto a favore del Nostro e Mr. Hyde svanisce negli effusi della felicità, ecco che i due organizzano di incontrarsi a Formentera ad una settimana dal terzo anno di convivenza. Il conto alla rovescia è iniziato. Con un ritmo, decisamente adatto, fatto di alti e bassi, Frèdèric Beigbeder espone senza mezzi termini ciò che l'amore ha rappresentato nella sua vita, senza nessun intento moralistico e tentativo di influenza. Lo fa in modo molto ironico e realistico, adattando  il linguaggio ai singoli momenti narrativi (come dicevo prima "lucido/erudito" "ubriaco/scurrile" e così via), cosicché il lettore abbia la sensazione che la scrittura sia avvenuta in quegli stessi istanti, vivendo appieno la vicenda ritrovandosi a volte a riflettere sulle proprie convinzioni sull'amore ed altre a ridere di gusto. Non leggetelo, quindi, come un "Trattato sull'amore", anche se all'inizio potrebbe sembrarlo, ma come una "Storia d'amore", solo così potrà sorprendervi come ha sorpreso me.

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3.01.2012

Laurent Mauvigner - Storia di un oblio

"...e il procuratore ha detto che un uomo non può morire per così poco, che non è giusto morire per una lattina di birra tenuta in mano troppo a lungo..." Questo non è l'inizio di un romanzo, cosa che "Storia di un oblio" non è. Questo è il primo accenno di un grido di dolore ed indignazione per la superficialità che questo mondo di apparenze ha raggiunto. Un grido che si fa sempre più forte ed intenso, ci entra in testa e sottopelle e fuoriesce sotto forma di piccoli, costanti brividi di emozione e commozione. Gli stessi che, spesso, mentre si sfogliano le pagine con una velocità impensabile, non si può fare a meno di pensare colgano lo stesso autore, spezzandone la voce mentre racconta come si possa morire massacrati di botte da un gruppo di vigilantes di un supermercato con la sola scusa di una birra consumata senza avere la possibilità di pagarla. Mauvignier racconta tutto questo al fratello della vittima, in un fiume di parole piene di incredulità e rancore, in cui l'unica forma di pausa è la virgola, perché non si può mettere un punto alla sofferenza che si prova a dover parlare di una morte ingiusta ed insensata; ciò che più impressiona è il suo evidente stato di shock, risaltato dal fatto che alle volte non riesce a tenere il filo dei discorsi perché subito gli balenano in mente altri pensieri, altre parole, altri particolari sempre più atroci e che rendono tutto sempre più insensato e frenetico. L'immaginazione ci porta a vederli uno di fronte all'altro, lui in lacrime che scuote la testa, il fratello della vittima immobilizzato dalla piena di sensazioni che lo rendono apparentemente insensibile, mentre davanti ai suoi occhi si palesa l'immagine del corpo esanime del fratello sul cemento del magazzino, ucciso per divertimento o noia con meno rispetto di quello che un predatore possa provare per la sua preda, sacrificata in nome della sopravvivenza. E' il valore stesso della vita che oggi viene messo in discussione da un virus sempre più diffuso che porta ad attribuire un prezzo ai singoli individui, come i prodotti di un supermercato, appunto. Così un uomo povero e sbandato, vestito di stracci e che passa il suo tempo a cercare amori facili, viene prezzato ad un valore inferiore a quello di una lattina di birra; inferiore, si, perché averla consumata in un gesto quasi involontario, forse necessario, ne ha permesso la condanna a morte, una condanna silenziosa e senza processo, senza possibilità di difendersi, senza in realtà la consapevolezza di doversi difendere, perché mai un uomo vivo potrebbe pensare che il valore di quella vita possa arrivare ad essere così basso. Lo sconcerto sale se si pensa che tale giudizio proviene da persone che non lo conoscono, che non possono sapere quanto per lui sia importante, né tanto meno quali siano le cose che la rendono degna di essere vissuta, ma che sono pronte a porle fine solo in base a ciò che hanno davanti agli occhi, pensando di poter capire tutto, che dietro ad un uomo che vive di nulla può esserci solo altrettanto nulla, non un pizzico di bene, neanche una famiglia. E' tristemente ironico sapere che lui non accartoccia la lattina, per trovarsi pochi istanti dopo accartocciato al suolo dalle botte dei vigilantes, come metaforizzato dalla copertina, in cui la lattina è l'uomo e la mano che la stringe sono gli assassini. Struggente ed illuminante dalla prima all'ultima parola, l'unico modo per affrontarlo è sapere che non si deve semplicemente leggerlo, si deve interpretarlo, si deve pensare di essere li a parlare con la voce rotta dal pianto, così che si possa imparare a vivere diversamente gli incroci di destini che quotidianamente viviamo, perché coloro che ci passano vicini ad ogni passo sono, prima di tutto, esseri umani.

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