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8.25.2011

Jostein Gaarder - La ragazza delle arance

Recensire un libro come questo non è una cosa affatto facile, perché tocca un tema universale, uno di quei temi che necessariamente si prestano ad interpretazioni diverse. Anzi, oserei dire che ognuno di noi ne ha una visione diversa, anche coloro che si conformano a dogmi religiosi che presentano una spiegazione ben definita, perché a parte l'accettazione di principi generali tutti gli danno un tocco personale: in fondo non esistono al mondo due persone uguali tra loro. Cos'è la vita? Questo è il punto. Una domanda formata da tre parole la cui estensione va oltre i confini dello spazio e del tempo; ed è di questo che Jan Olav vuole parlare, di quello che per lui ha rappresentato la vita. Lo fa in una lettera, indirizzata ad un futuro ragazzo, un futuro uomo brillante e capace di sognare che non conoscerà mai, perché la morte sta venendo a prenderlo, e lo fa attraverso una storia, la storia della "Ragazza delle arance": quell'uomo che verrà è suo figlio. Quando Georg può finalmente accarezzare quei fogli di carta così preziosi, ed insieme ad essi la speranza di conoscere finalmente davvero quel padre mai suo, ha 15 anni. La lettera è stata ritrovata dalla nonna nella fodera di in un passeggino rosso appartenuto a Georg bambino, e che Jan Olav, prima di morire, aveva desiderato venisse tenuto, contando che prima o poi qualcuno avrebbe capito quale tesoro contenesse. Quando gli viene consegnata, Georg sale in camera sua, chiude a chiave, apre la busta e comincia a leggere la lettera. La storia della Ragazza delle arance è appassionante, è dolce, è misteriosa; è bello leggere di come il padre si definisce impacciato con le ragazze, e in particolare con lei. Sin dal primo incontro su un tram di Oslo, dove lo sguardo si posò su quella bellissima ragazza che, con in braccio un enorme sacchetto di arance dal colore brillante, lo ricambia con un sorriso. Da quella volta la ragazza entra nei suoi pensieri, diventa motivo di felicità e paura, quella di non rivederla mai più, di non vederla mai parte della sua vita. Jan Olav fantastica sull'identità di quella misteriosa dea delle arance, tanto da dargliene ben più di una: dalla maestra d'asilo a ragazza madre sposata con un insopportabile studente di Economia Aziendale. La cercherà ovunque, anche oltre i confini della Norvegia, anche a costo di infrangere le regole di quella favola. Perché, tornando sui nostri passi, è questo che Jan Olav crede sia la vita, una favola, un sogno, con delle regole ben precise che accettiamo di rispettare nel momento stesso in cui veniamo al mondo. L'elemento che rende veramente riflessiva la lettura di questo libro fantastico, è la scelta dell'ottica attraverso cui affrontare il tema: quella di un uomo che sa di dover morire, che deve per forza tirare le somme a un'età in cui si è totalmente lucidi e non si può fare a meno di pensare; quella di un medico che pensa che neanche la scienza possa trovare le risposte ad un mistero così impossibile, anzi non deve; ma soprattutto l'ottica è quella di un sognatore che è stato tale per tutta la vita, che alza gli occhi al cielo tutte le notti e cerca una speranza, lì, nell'infinito. Ed è Georg stesso che ci racconta tutto questo, scrivendo "a quattro mani" con il padre, in un bellissimo esempio di libro nel libro che voglio riassumere in una frase di Jan: "Così mi immagino per assurdo possano andare le cose: improvvisamente Newton si rese conto che esiste una gravitazione universale. Contemporaneamente a Darwin passò per la testa che su questo pianeta ha avuto luogo un'evoluzione. [...] Ma allora si può anche pensare che un giorno - e che giorno Georg! -, un giorno, qualche spirito pensante, in un attimo di lucida chiarezza, arriverà a risolvere il mistero stesso dell'universo. Immagino che un giorno, all'improvviso, qualcosa di simile possa accadere." Forse questo è la vita, questo siamo noi, di questo è composto l'universo: scintille.

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8.22.2011

José Saramago - Cecità

Non esiste, forse, cosa peggiore di vivere un'intera esistenza, forse l'unica che ci viene concessa, al buio, nella più completa cecità; non poter vedere mai chi ci circonda, non poter vedere mai i colori che compongono la tavolozza di questo Mondo straordinario, ma soprattutto non poter vedere mai se stessi. Eppure appare evidente che qualcosa peggiore di tutto questo c'è: la maggior parte di noi, infatti, hanno la fortuna di vedere, ma troppi decidono di essere ciechi, di non voler vedere chi sono gli altri, i colori del Mondo, loro stessi. Come si può non essere consapevoli di questo incredibile dono che è la vista? Come si può far finta di non capire che gli occhi non servono solo a guardare fuori, ma anche dentro? Come si può essere tanto ciechi? Sono queste le domande sulle quali Saramago ci induce a pensare, e per farlo fa ricorso ad una situazione tra l'assurdo e il fantascientifico. In un normale giorno della settimana, mentre un uomo è nella sua macchina ferma ad un semaforo sulla via del ritorno, accade qualcosa che lui non avrebbe mai pensato potesse accadergli e che invece in meno di un battito di ciglia si manifesta. Davanti agli occhi dell'uomo si pone un velo bianco, luminoso, inafferrabile, che porta ad una sola conseguenza: la cecità. L'uomo è un medico, e forse per la prima volta nella sua carriera non sa cosa sta succedendo, una diagnosi non è possibile, e la cosa sconvolgente è che neanche l'oculista saprà dare una spiegazione. Si sente preda di un destino che ha voluto beffare lui, lui soltanto, e che in realtà sta già colpendo l'intera città. L'epidemia che chiamano "mal bianco" si diffonde a macchia d'olio, e l'unica soluzione per cercare di arginarla è internare i contagiati. Tutto avviene improvvisamente, e nessuno ha il tempo di organizzare questa partenza verso l'ignoto; è così anche per il medico, che però ha al suo fianco una donna pronta a tutto pur di non abbandonare il marito e farlo cadere nell'oblio della disperazione. Così, quando le autorità militari vengono a prelevarlo, lei si finge cieca, e vengono entrambi trasportati nel luogo di internamento, un ex-manicomio fatiscente che emanava un'aria intrisa di abbandono e sofferenza. Lì ha inizio la vita di una micro-società di ciechi vessata dalla tirannia dei "sani", in cui gli occhi della moglie assisteranno e racconteranno il crescente degrado, il ritorno allo stato di bestie, la sua auto-distruzione, cercando di afferrare per lei e il marito la corda di un istinto primordiale: la sopravvivenza. José Saramago ci trasporta in un'avventura basata sull'idea che la società così come è costruita è destinata al collasso indipendentemente da chi la compone, arricchita da un fondamento filosofico e una morale assolutamente evidenti: la cecità dell'uomo non è nella possibilità o meno di vedere, ma nella volontà di farlo.

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8.19.2011

Alessandro Baricco - Seta

Seta. Quando sentiamo questa parola la prima cosa che ci viene in mente è la morbidezza e al contempo la leggerezza, e la possibilità di vedere attraverso qualcosa che è materialmente davanti a noi ma che sembra invisibile. Questa descrizione calza a pennello al libro e alla storia del suo protagonista: le parole sembrano filamenti di seta cuciti su veli di seta. Hervé Joncour ne ha fatto la sua vita: comprava uova di bachi da seta in Nord-Africa e le trasportava a Lavilledieu dove i batuffoli lasciati dai bachi, trasformatisi in farfalle, venivano lavorati. Hervè Joncur viveva di questo, così come la moglie Hèlen e l'intero villafgio, fino al giorno in cui un'epidemia cominciò ad uccidere le larve europee ed africane. Era la fine, se non fosse che Baldabiou, il mentore di Hervé, disse che così non era, e che una grande occasione si profilava di fronte a loro: il Giappone, con la sua seta pura, inimitabile, magica. Ma chi sarebbe stato disponibile a fare un viaggio così lungo? Hervè Joncour non ci pensò su due volte, e solo in quel momento ha inizio la vera avventura della sua vita. Portato al cospetto di Hara Kei, un potente contrabbandiere giapponese, egli troverà qualcosa che mai avrebbe immaginato in un luogo così chiuso e sconosciuto: due occhi che non avevano un taglio orientale, che lo fissarono dal primo istante, gli occhi di una donna, con il volto di una ragazzina. Il gioco di sguardi diventa il loro modo di esprimere i sentimenti che li hanno pervasi fin dal primo istante, quei sentimenti che non nascono per una ragione e proprio per questo sono inossidabili. Ma non è vero e proprio amore quello che Hervé e la misteriosa ragazza provano, è più una consapevolezza di essersi sempre conosciuti, di aver avuto qualcosa in comune in un passato lontano, in una vita diversa, perchè Hervé ama Hèlen e mai dubiterà di questo. Tutto sembrava aver preso una piega ben precisa, il destino aveva mosso le sue pedine, ma non tutte, e l'ultima sarà forse quella che cancellerà le mosse precedenti. Questa pedina si chiama guerra. Baricco, con ironia, dolcezza, passione, e uno stile decisamente zen, ci racconta una storia profonda e ci insegna che ogni viaggio è diverso, anche se conduce nello stesso luogo, perché è il tempo che cambia le cose, anche il modo di chiamare un lago, ma soprattutto cambia le situazioni e le persone, e troppo spesso ci illudiamo che la stessa strada porti alla stessa meta in un mondo che per sua natura è fatto di labirinti dove rischiamo di perderci e di perdere di vista ciò che abbiamo sempre avuto a cuore. Per curiosità, o per troppa leggerezza. L'anima dell'uomo, forse, è fatta di seta, invisibile seta giapponese.

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Alessandro Baricco - Novecento

Larry Boodman T.D. Lemon Novecento, è nato su una nave, il Virginian, e da li non è mai sceso. Fosse solo questo sarebbe già una grande storia da raccontare, ma Novecento è di più di una storia: è un pianista, il più grande. La sua storia ce la racconta il suo migliore amico, un trombettista della Band del Virginian, ma la sua musica no, quella non riesce a raccontarla, perché è qualcosa che non esiste se non nel momento in cui esce dalle dita di Novecento che volano leggere sui tasti. La musica di Novecento non è fatta di suoni e di note: è fatta di luoghi, di persone, di storie, è un tappeto volante che trasporta chi ha la fortuna di sentirlo suonare in giro per il mondo. Per questo Larry Boodman T.D. Lemon Novecento conosce come è fatto il mondo, perché è lui che lo crea, con 88 tasti e il talento di "saper leggere le persone" meglio dei libri. La storia di Novecento è la storia di come la musica sia l'unico mezzo per raggiungere l'infinito, per sentirsi parte di un tutto, di qualcosa di più grande, è l'invisibile collante che tiene insieme le molecole che compongono la materia, ed ecco che arriviamo alla contraddizione: non una contraddizione negativa, intendiamoci, ma una contraddizione poetica, che è l'essenza stessa del romanzo: l'infinito della musica, quello che Novecento sa interpretare e raggiungere, e l'infinitesimo dei gradini di una scaletta, quelli che Novecento non avrà mai il cuore di scendere, perché "la terra è un pianoforte con troppi tasti, e io non so suonarlo". Baricco non avrebbe mai immaginato che questa sua pièce teatrale sarebbe diventata un romanzo, né che i suoi lettori si sarebbero trovati davanti a qualcosa di ancora diverso: una poesia.

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8.17.2011

Michela Murgia - Accabadora

Non è difficile capire perché proprio questo romanzo abbia portato Michela Murgia alla ribalta nell'ambiente letterario e nei cuori dei lettori. La prima cosa che rapisce in "Accabadora" è l'incredibile fluidità e leggerezza della scrittura, la bellezza e il realismo delle descrizioni dei luoghi e degli accadimenti di una piccola cittadina delle campagne sarde degli anni '50, dove non succede mai niente e quando succede lo sanno tutti, perché la vita in quei luoghi dimenticati dal mondo scorre scandita dalla misera routine quotidiana solo per arrivare alla sua fine. Tutti, infatti, sapevano che Maria Listru era stata venduta dalla madre Anna Maria, che aveva bisogno di far mangiare le altre tre figlie, a Bonaria Urrai, un'anziana vedova che era stata tale fin da giovane, lasciata sola da un marito "che non l'aveva mai sposata" morto in guerra. Ma Bonaria Urrai con la morte ci convive ben più che per un lutto: lei è un'Accabadora, colei che da la morte a coloro che la stanno solo aspettando. Ovviamente anche questo lo sanno tutti, ma nessuno ne parla mai, la chiamano solo quando è giunto il momento per un parente o per se stessi, e per questo Maria non conosce la vera natura della seconda madre che lei considera come prima e unica e che sa essere un'ottima sarta. Così viene cresciuta da Bonaria, come una piccola sarta, nell'inconsapevolezza che l'eredità che le verrà lasciata sarà assai più grande di quell'umile quanto prezioso lavoro; e nonostante sia una ragazzina brillante, Maria non dubiterà mai veramente della madre, neanche quando si accorgerà delle sue uscite notturne a seguito di compaesani venuti a bussare alla sua porta. Tuttavia il destino, così come la morte e la vita, è inesorabile, e quando il fratello del suo amico Andria Bastiu, ferito a morte dal fucile di un vicino, chiamerà l'Accabadora, un evento sconvolgerà la vita dell'ormai adolescente Maria.
Trasferitasi a Torino grazie all'aiuto di un'amica, troverà davanti a se un mondo che non conosce e che non la conosce, che la spaventa e la affascina e dove inesorabilmente sarà colta dalla nostalgia del luogo dove è cresciuta , con le campagne verdeggianti, la natura intatta e viva, gli odori, i suoni semplic, dove la vita scorre più lentamente; ma soprattutto è dove ha lasciato gli affetti più cari, compreso quello della madre, che dentro di se sa essere ciò che porterà il suo destino a compiersi, come era stato scritto il giorno in cui Bonaria Urrai la fece rinascere come fill'e anima. Il racconto travolgente dell'incontro di due donne legate dal destino di "concedere" la morte ma che, toccando temi attuali con gli occhi di una piccola realtà isolana, parla della pienezza della vita, delle emozioni che porta con se, in cui la morte è solo una cornice, un attimo fuggente. Il lettore si sentirà come fosse una brezza che passando su quei luoghi assiste alla storia, è presente, la fa sua e con se la porterà in giro per il mondo, per sempre.

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8.16.2011

Chuck Palahniuk - Fight Club

Su un grattacielo che sta per esplodere, un uomo senza nome ha una pistola puntata in bocca da quello che fino al giorno prima era il suo migliore amico, Tyler Durden. Tyler gli ha insegnato tutto, sopratutto a vivere davvero, a non farsi inghiottire da un sistema in cui l'unica prospettiva è l'auto-distruzione: e una vita in cui la felicità si trova solo negli incontri con i gruppi di sostegno di persone affette da malattie rare o incurabili, è una vita che si incanala in quella direzione. Finché una sera incontra Tyler in un bar e una volta fuori gli chiede di colpirlo: si picchiano selvaggiamente e i clienti del bar li osservano, si esaltano. E' così che nasce il Fight Club. Il Fight Club ha poche regole, e la prima è che "non si parla del Fight Club". Tutti possono partecipare agli incontri, e per molti di loro il Fight Club diventa l'unica via d'uscita dalla monotonia della vita, per sfogare la rabbia accumulata contro tutto e tutti. E infatti il Fight Club si espande, c'è una filiale in ogni città, perchè la rabbia, in questo mondo, è il sentimento dominante. Ma il Fight Club è solo una piccola parte del piano che si trova nella mente sveglia e perversa di Tyler Durden, è la sezione "Risorse Umane" dell'associazione che lui e il protagonista finanziano con la vendita di sapone ricavato dal grasso delle liposuzioni rubato negli ospedali, un'associazione il cui unico obiettivo è debellare il sistema. Tuttavia la sempre maggiore identificazione e simbiosi che "l'uomo senza nome" condivide con Tyler lo porteranno ai confini della realtà e nei meandri del suo inconscio, situazione peggiorata dal rapporto di amore-odio con una donna, Marla Singer, la quale si insinuerà nel perfetto ingranaggio messo in moto da Tyler. Romanzo d'esordio del controverso autore Chuck Palahniuk, un capolavoro assoluto della letteratura contemporanea, una denuncia forte e concreta dell'alienazione e auto-distruzione alle quali il sistema, fondato sull'imbrigliamento della libertà tramite l'organizzazione apparentemente perfetta della vita, porta le persone comuni. Questo disagio filtra prepotentemente attraverso l'estremizzazione dell'auto-distruzione stessa e con un linguaggio trasgressivo che mixa slang di strada e congetture filosofiche al limite dell'anarchia e della schizofrenia. Ovviamente di tutto questo io non vi ho parlato, perché è la prima regola del Fight Club: "Non si parla del Fight Club".


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Marc Levy - La prima stella della notte

Sequel de "Il primo giorno", questo incalzante libro non deluderà chi è rimasto colpito ed emozionato dalle avventure dell'affascinante e tormentato professore inglese Adrian e della bella e curiosa antropologa francese Keira, alle prese con un'organizzazione segreta e millenaria e una strana pietra perfettamente sferica che racchiude nella sua luminescenza un segreto che potrebbe cambiare il mondo. I due protagonisti si troveranno coinvolti in un turbine di colpi di scena ed eventi inquietanti, gireranno il mondo con qualsiasi mezzo disponibile, in un viaggio in cui non ci si potrà soffermare sulle bellezze di luoghi che sembrano scorrere veloci dal finestrino di un'automobile. Ma l'elemento più inquietante del loro difficile destino sarà l'impossibilità di fidarsi di qualcuno, anche di coloro che da sempre sono apparsi più vicini e pronti ad aiutare, a farsi carico di parte del fardello, ma che in fondo nascondono profondi segreti che non possono essere rivelati. Il mondo ha bisogno di sapere, ma Keira e Adrian saranno veramente pronti a rinunciare a tutto, anche all'amore, pur di portare fino in fondo il compito loro assegnato dalla storia? Levy riesce con maestria a non far mai cadere la storia nella noia quasi tipica dei sequel, a farci immedesimare nei personaggi, a farci sentire braccati, con i battiti del cuore che aumentano e diminuiscono insieme al ritmo delle vicende, a intrecciare trame mai scontate e mai troppo complesse ma logicamente molto efficaci. E' un libro che unisce i romanzi d'avventura a quelli d'amore a quelli che parlano di viaggi passando per la fantascienza, in un difficile mix che appare però come una cosa sola. Passando dalla Francia all'Inghilterra, dalla Cina alla Thailandia, fino alla Grecia e ai selvaggi territori africani, "La prima stella della notte" è un esempio eccezionale di letteratura contemporanea, per tutte le età, bello come la sua copertina.

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Marc Levy - Il primo giorno

Di genere difficilmente classificabile, questo incredibile romanzo di Marc Levy si attesta sicuramente in posizioni elevate nella classifica dei più bei romanzi degli ultimi anni. Nessuno potrebbe infatti rimanere immune agli intrighi, alla passione, all'avventura, alla poesia del viaggio e al mistero che trasudano dai pori di carta delle pagine. La sognante e avventurosa antropologa francese Keira e il brillante ma insicuro astrofisico inglese Adrian, uniti dal destino, troveranno sulla loro strada pericoli, gioia, frustrazione, amore, e inevitabilmente viaggeranno alla volta dei propri Io per risolvere il mistero che da millenni è celato da una sfera di pietra nera, da cui dipende la loro stessa vita: la volta celeste di miliardi di anni orsono. Ma un'organizzazione segreta è in agguato per impedire a tutti i costi agli scienziati di arrivare alla loro meta: chi sono? perchè cercano di fermare una scoperta che porterebbe le conoscenze dell'umaniti avanti di anni luce in pochi minuti? Aiutati da un professore amico di Keira, i due dovranno lanciarsi a testa bassa in una corsa contro il tempo, che assume una dimensione diversa fatta di momenti che appaiono infiniti, perchè quando la propria vita è in pericolo ogni respiro è importante, e i lettori lo tratterranno insieme ai protagonisti. Grazie ad uno stile diretto e pulito, e ad una fantasia accattivante, Levy ci proietta in un universo i cui luoghi ricordano quelli Indiana Jones intrisi dell'alone di cupo mistero tipici di Dan Brown, facendo di questo romanzo ad alta tensione

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8.15.2011

Luis Sepulveda - Il vecchio che leggeva romanzi d'amore

Molte sono le analogie che legano questo capolavoro di Luis Sepulveda con il forse più famoso "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway, a partire dal protagonista: anziano, solitario, profondo conoscitore del suo elemento. Nel caso di Antonio Josè Bolivar, questo "elemento" è la Foresta Amazzonica, il polmone della Terra, con la sua magia, la sua pericolosità, la connessione tra gli esseri viventi. Il suo nemico è un tigrillo femmina, un cacciatore che improvvisamente si ritrova preda e cerca vendetta sugli uomini che hanno ucciso una parte di se, che si nasconde nell'oceano di alberi dell'immensa foresta. Antonio Josè Bolivar lo scopre quando al villaggio vicino alla sua capanna arriva un cadavere trasportato dal fiume, dilaniato dalle unghie e dalle fauci del possente animale. Nel villaggio è l'unico a saper riconoscere le ferite, perché lui è l'unico che per anni ha vissuto con gli shuar, una tribù indigena che popola la foresta, dai quali ha appreso a rispettare la foresta, a sentirsene parte e non padrone: "Non ero uno shuar, ma ero uno di loro", ama ripetere. Gli abitanti chiedono il suo aiuto, ma lui non è più un cacciatore, è solo un vecchio che ama leggere romanzi d'amore, una passione nata dall'incontro con un prete venuto al villaggio che gli racconta di quanti argomenti parlino i libri: ad Antonio Josè Bolivar è l'amore che interessa davvero. Tuttavia il tigrillo continua a mietere vittime, e alla fine Antonio Josè Bolivar capisce di dover fare qualcosa; un'avventura che lo porterà a incontrarsi con fantasmi del suo passato, a rischiare la vita nel tentativo di uccidere qualcosa di cui ha profondamente rispetto, tanto da chiedersi chi sia la bestia pericolosa. Un incredibile viaggio in luoghi che dovrebbero essere difesi da tutti, ma che troppo pochi conoscono davvero per averli a cuore. Un auspicio alla riflessione su quanto questo mondo sia vivo e bello, di modo che le generazioni future possano avere maggiore coscienza di quanto sia fondamentale proteggerlo, il tutto arricchito dalla scrittura intensa e piena di sensazioni ed emozioni di Luis Sepulveda.

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8.14.2011

Claude Izner - Il mistero di Rue Des Saints-Pères

Jean Méring è un robivecchi, cerca oggetti insieme ad un suo amico vicino alla ferrovia dove è in arrivo il treno di Buffalo Bill e i suoi indiani. La folla si accalca per vedere l'eroe del West che sembra arrivare da un'altra dimensione, e nella mischia accade l'impensabile: Jean Méring sente che qualcosa lo punge alla base del collo, fa in tempo solo ad accorgersene e si accascia a terra. L'amico lo soccorre e lo sente sussurrare "Ape...", la sua ultima parola.
Eugénie Patinot è povera e vive con la ricca famiglia della sorella, guadagandosi l'ospitalità badando ai suoi nipoti. E' il 1889, l'anno dell'Esposizione Universale a Parigi, l'anno della Tour Eiffel, ed è proprio li sopra che Eugénie, riluttante, deve portare i nipoti, che vogliono firmare il famoso Libro d'Oro. Al secondo piano dell'enorme costruzione di ferro, affaticata dall'esuberanza dei bambini e assediata dalla folla, la donna si siede su una panchina: è un attimo, qualcosa la punge sul collo, e il suo corpo rimane inerme, per sempre. Sulla scena sono presenti i membri di una nuova testata, il Passe-partout, e Victor Legris, amico dell'eccentrico direttore Marius Bonnet, insieme al suo socio orientale, Kenji Mori, con il quale gestisce una libreria in Rue des Saints-Pères. Quando sulla Torre si scatena il putiferio, Victor non immagina che la sua tranquilla vita di libraio parigino subirà una seria scossa.
Cosa lega la morte di Eugènie Patinot a quella del robivecchi Jean Mering? Victor si troverà proiettato nella ricerca delle risposte, dovrà mettere in dubbio se stesso e le persone che lo circondano, e il susseguirsi di morti sospette e il delinearsi sempre più concreto della presenza di un killer, nonché la paura di perdere la persona che sa essere quella giusta, saranno gli ostacoli che si porranno tra lui e la verità. Esordio delle sorelle Korb sotto lo pseudonimo di Claude Izner, e del libraio-investigatore Victor Legris, questo romanzo giallo ad alta tensione non potrà che piacervi, sia che siate novelli lettori del genere, sia che siate nostalgici divoratori di Agatha Christie.

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Claudia Pineiro - Tua

Cosa sareste disposti a fare per amore? Un amore tradito, peraltro... E' la domanda alla base di questo caso letterario che spazia dal giallo al noir, dal thriller psicologico al poliziesco, con un pizzico di ironia e di cinicità che arricchiscono un piatto già ben condito. Inés, moglie di Ernesto, dirigente di successo nella capitale argentina, e madre di Laura, 17enne acida e distaccata che la odia e rimane pergiunta incinta, è la protagonista indiscussa: vive in un mondo altolocato che non le appartiene, e le difficili esperienze della propria infanzia, vissuta senza padre e con una madre tormentata che si curava solo di aspettare il suo ritorno, le fanno sopportare una vita coniugale e familiare arrivata ad un binario morto, ma che è l'unica ancora alla quale aggrapparsi per non tornare nel baratro del passato. Ernesto la tradisce, dentro di se l'ha sempre saputo; ma tutto cambia quando una sera, nella ventiquattrore del marito, trova un biglietto scritto con il rossetto. Una sola, inconfutabile parola, incorniciata da un cuore: Tua. I suoi dubbi diventano certezze, e quella sera stessa le si presenta la grande occasione: una telefonata, Ernesto esce trafelato di casa, "un problema tecnico in ufficio". Inés lo segue, fino ad arrivare al Bosques de Palermo, dove a distanza assiste alla tragedia: Ernesto e Tua litigano, lui vuole andarsene, lei lo trattiene per un braccio, e quando lui cerca di liberarsi, Tua cade battendo la testa su un sasso, morendo. Comincia così l'avventura di Inés nel tenativo di coprire il marito e salvare la sua famiglia, ma soprattutto se stessa, dalla fine. Sarà preda e predatrice, e quando tutto sembrerà quadrare perfettamente, la verità la investirà con tutta la sua forza. Queste 136 pagine di pura suspance e colpi di scena non vi faranno respirare un minuto del poco tempo che occorre a sfogliarle, mandandovi ogni volta sulla strada giusta, che è quella sbagliata.

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